Domenica 3 aprile, mentre ero nel centro di Budapest ad ascoltare assieme a una folla infreddolita e sconsolata il leader dell'opposizione ungherese Péter Márki-Zay che ammetteva la sconfitta alle elezioni nazionali, mi arrivavano sul telefono via Twitter le immagini dei civili ucraini assassinati a Bucha. Alcuni avevano le mani legate dietro la schiena. A terra, accanto a una donna uccisa, c'era un portachiavi con un ciondolo che portava impresse le stelle gialle su fondo blu della bandiera europea. Gli orrori ucraini sono chiaramente ben peggiori delle disgrazie ungheresi ma tra loro esiste un legame fatale.
È amaramente paradossale che, proprio nel momento in cui veniamo a conoscenza di alcune tra le peggiori atrocità della guerra terroristica del presidente russo Vladimir Putin contro l'Ucraina, il più stretto alleato di Putin tra i leader Ue, il primo ministro ungherese Viktor Orbán, è stato rieletto in parte per…
Domenica 3 aprile, mentre ero nel centro di Budapest ad ascoltare assieme a una folla infreddolita e sconsolata il leader dell'opposizione ungherese Péter Márki-Zay che ammetteva la sconfitta alle elezioni nazionali, mi arrivavano sul telefono via Twitter le immagini dei civili ucraini assassinati a Bucha. Alcuni avevano le mani legate dietro la schiena. A terra, accanto a una donna uccisa, c'era un portachiavi con un ciondolo che portava impresse le stelle gialle su fondo blu della bandiera europea. Gli orrori ucraini sono chiaramente ben peggiori delle disgrazie ungheresi ma tra loro esiste un legame fatale.
È amaramente paradossale che, proprio nel momento in cui veniamo a conoscenza di alcune tra le peggiori atrocità della guerra terroristica del presidente russo Vladimir Putin contro l'Ucraina, il più stretto alleato di Putin tra i leader Ue, il primo ministro ungherese Viktor Orbán, è stato rieletto in parte perché ha usato quella stessa guerra a proprio beneficio politico. Oltre a sfruttare tutti i vantaggi già presenti in un sistema politico pesantemente manipolato, come le circoscrizioni elettorali modificate a proprio favore e lo schiacciante dominio esercitato sui media, Orbán ha vinto promettendo agli ungheresi che li terrà fuori da questa guerra - e che le bollette del riscaldamento resteranno basse grazie alle ottime condizioni offerte da Putin sul gas.
Dopo la vittoria il leader ungherese ha elencato nel suo discorso gli 'oppositorì che ha sconfitto, citando tra questi i media internazionali, i burocrati di Bruxelles, e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che gli ha mosso critiche feroci per essersi opposto alla fornitura di armi e alle ulteriori sanzioni di cui l'Ucraina ha disperato bisogno. In questo modo Orbán indica con precisione chi sono i suoi nemici - e l'amico Putin si è immediatamente congratulato con lui per la vittoria.
Se a vincere fosse stata la coalizione di opposizione formata da sei partiti sotto la guida di Péter Márki-Zay, l'Ungheria sarebbe diventata un solido alleato dell'Occidente di fronte all'aggressione russa, come si stanno rivelando altri Paesi centroeuropei quali la Polonia e la Repubblica ceca. "Russi andatevene a casa!" hanno scandito dei giovani al termine della sconsolata veglia dell'opposizione a Budapest, in richiamo a uno slogan dei tempi dell'invasione sovietica dell'Ungheria del 1956.
Mentre rientravo, attraversando a mezzanotte la Piazza degli eroi deserta, mi è venuto in mente che proprio lì, nel giugno del 1989, avevo ascoltato Orbán, giovane e apparentemente idealista, chiedere il ritiro delle truppe sovietiche dall'Ungheria. Oggi invece, invecchiato e cinico, si oppone nettamente al transito in territorio ungherese delle forniture di armi che servono ad aiutare l'esercito ucraino a mandare a casa i russi. Vorrei sapere cosa vede quando si guarda allo specchio.
Il governo dell'opposizione avrebbe anche aderito alla procura europea, consentendo di perseguire i casi documentati di corruzione nell'utilizzo dei fondi Ue. Avrebbe cacciato la International Investment Bank, secondo l'opposizione strettamente legata al regime di Putin. E avrebbe avviato il difficile processo teso a restituire all'Ungheria lo status di vera democrazia liberale.
Invece Fidesz, il partito di Orbán, si è ancora una volta aggiudicato una super maggioranza di due terzi, in grado di modificare a piacimento la costituzione. Al di là di tutte le melliflue garanzie fornite a Bruxelles o a Washington, Fidesz continuerà a consolidare un regime che i politologi definiscono autoritarismo elettorale. Quanto a sistema politico, l'Ungheria oggi si avvicina più alla Serbia, che non fa parte dell'Ue e che questo fine settimana ha visto in contemporanea la vittoria di un altro autoritarismo elettorale nazionalista, quello del presidente Aleksandar Vucic, piuttosto che a democrazie come la Francia o il Portogallo. Orbán e Vucic sono stretti alleati.
L'opposizione ungherese ha mostrato gravi pecche. I sei partiti non erano uniti come avrebbero dovuto e il candidato principale evidentemente non ha saputo convincere l'elettorato al di fuori di Budapest. Nel complesso l'opposizione in realtà ha perso voti, pur avendo conquistato qualche circoscrizione uninominale nella capitale. Ma non si può dire che sia stata un'elezione equa.
Negli ultimi cinque giorni, ovunque andassi, le strade e le carrozze della metropolitana erano tappezzate di manifesti finanziati dal governo che ritraevano un Viktor Orbán dall'espressione rassicurante e bonaria accanto alla scritta "Proteggiamo la pace e la sicurezza dell'Ungheria". Un altro manifesto onnipresente mostrava una giovane madre col figlioletto e la scritta "Proteggete i bambini". Era riferita al referendum tenutosi lo stesso giorno delle elezioni su quesiti tipo "Siete favorevoli alla promozione della terapia di riassegnazione del sesso per i minori?" (Il referendum non ha raggiunto il quorum necessario del 50% di voti validi.)
I media statali hanno promosso senza tregua una narrazione pro Orbán, come da un decennio a questa parte e hanno addirittura dedicato spazio a incolpare di fatto gli ucraini della guerra. Márki-Zay ha avuto a disposizione solo cinque minuti sulla tv di stato per illustrare il programma dell'opposizione. Facebook era tappezzato di inserzioni a pagamento favorevoli al regime, in linea con gli ignobili precedenti della piattaforma nel sostenere i nemici della democrazia liberale in cambio di luridi introiti finanziari.
Ma avendo elargito agevolazioni fiscali e sussidi sociali in abbondanza per vincere le elezioni, il governo di Orbán ha bisogno dei fondi Ue per colmare la voragine nelle proprie finanze. A meno che non sia disposta ad accettare semplicemente di avere ormai tra i suoi membri uno stato autoritario, la Ue dovrebbe infine imporre rigorose condizioni ai flussi di fondi europei che da tempo sono una delle principali fonti del potere di Orbán.
Significa continuare a negare i sussidi e i prestiti del Recovery fund, perché un regime che si basa effettivamente sull'uso corrotto dei fondi Ue non può offrire garazie di trasparenza. Significa inoltre far scattare il meccanismo che condiziona al rispetto dello stato di diritto l'erogazione dei fondi, in grado di bloccare quote significative di finanziamenti dal bilancio regolare dell'Ue. (E non bisogna cadere nella trappola di dare all'Ungheria un sacco di soldi per i profughi ucraini, che in realtà si sono già trasferiti in altri Pesi.)
Ma ecco il problema. A fronte delle prove più recenti della barbarie delle truppe russe in Ucraina bisogna che l'Europa inasprisca le sanzioni contro Putin. Dopo il rientro di Orbán dai vertici della Nato e dell'Ue tenutesi a Bruxelles, il governo ungherese ha inviato una email a tutti cittadini in lista per la vaccinazione Covid in cui si afferma che "sono state poste all'ordine del giorno proposte che vanno contro gli interessi dell'Ungheria".
Il governo Orbán non consentirebbe mai il transito in territorio ungherese delle forniture di armi dirette in Ucraina né che siano imposte sanzioni sull'85% del gas e sul 64% del petrolio ungherese che arriva dalla Russia. In risposta alle atrocità commesse a Bucha i leader Ue, come il presidente francese Emmanuel Macron, invocano ora ulteriori sanzioni anche sul petrolio russo. I sedicenti "realisti" diranno che Bruxelles deve continuare ad avere un atteggiamento morbido nei confronti dell'Ungheria, per mantenere Orbán all'interno di un fronte comune sull'Ucraina.
L'Europa ora dovrebbe inasprire l'atteggiamento sia nei confronti del nemico esterno russo che di quello interno ungherese. Ma ha la possibilità e la volontà di farlo in contemporanea? Ecco un ulteriore dilemma per l'Europa così profondamente scossa.
(Traduzione di Emilia Benghi)