La guerra in Ucraina, con i suoi eccidi ricorrenti, continua a scavare un fosso tra le forze politiche in Italia. Vecchie alleanze si scontrano con nuove realtà e il risultato finale non è del tutto prevedibile, per quanto sia evidente che stiamo andando verso diversi equilibri destinati a manifestarsi nelle elezioni del ’23. La divergenza sulla politica estera equivale a una discriminante storica, benché qualcuno non la consideri cruciale, tant’è che ne parla come uno di quei temi di secondo piano che animano i salotti televisivi. Si legga ad esempio l’intervista di Conte ieri a questo giornale, nella quale l’ex premier — pur circospetto e attento a pesare ogni parola — se la prende con «il vetero-atlantismo di stampo fideistico unito a uno spirito bellicista» da cui possono derivare solo guai. Il senso è che gli interessi dell’Europa e quelli degli Stati Uniti divergono. Poiché peraltro C…
La guerra in Ucraina, con i suoi eccidi ricorrenti, continua a scavare un fosso tra le forze politiche in Italia. Vecchie alleanze si scontrano con nuove realtà e il risultato finale non è del tutto prevedibile, per quanto sia evidente che stiamo andando verso diversi equilibri destinati a manifestarsi nelle elezioni del ’23. La divergenza sulla politica estera equivale a una discriminante storica, benché qualcuno non la consideri cruciale, tant’è che ne parla come uno di quei temi di secondo piano che animano i salotti televisivi. Si legga ad esempio l’intervista di Conte ieri a questo giornale, nella quale l’ex premier — pur circospetto e attento a pesare ogni parola — se la prende con «il vetero-atlantismo di stampo fideistico unito a uno spirito bellicista» da cui possono derivare solo guai. Il senso è che gli interessi dell’Europa e quelli degli Stati Uniti divergono. Poiché peraltro Conte, che è un ex presidente del Consiglio, non se la sente di mettere in discussione il sistema di alleanze dell’Italia, il risultato è alquanto contraddittorio. E si capisce: il capo dei 5S è pressato dalla scelta ben più netta ed euro-atlantica di Enrico Letta, per cui cerca di guadagnare spazio elettorale ammiccando al sentimento anti-americano e anti-Nato molto presente nelle testate e nelle tv sensibili agli argomenti di Putin.
Qui si dimostra che la frattura sulla guerra — che non è solo un conflitto locale — è lungi dal ricomporsi. Tanto più che Letta tende ad approfondirla, anticipando un’intransigenza volta a fare del Pd l’elemento-guida del governo Draghi, anziché il semplice comprimario di una linea decisa a Palazzo Chigi. Lo si vede sul tema dell’acquisto di gas e petrolio russi, dove la proposta lettiana è definitiva, lasciando al premier e ovviamente all’Unione la responsabilità di trovare un compromesso che non sia insostenibile per le varie economie nazionali, a cominciare dalla nostra. Ovvio che le posizioni del segretario del Pd accentuano le ambiguità a cui si è condannato Conte alla ricerca dei consensi perduti. Ma non si tratta solo di lui. Salvini naviga nelle stesse acque, forse peggiori. Il capo leghista è inseguito dalle voci sugli obliqui rapporti con Mosca e bisogna dire che non fa molto per dissiparle, come se avvertisse che oltre una certa soglia non gli conviene spingersi. L’esito è che la maggioranza di larghe intese a cui si appoggia Draghi è intessuta di equivoci che il prolungarsi del conflitto inasprisce.
Si dirà che non è una notizia degli ultimi giorni: le contraddizioni sono evidenti fin dall’inizio della crisi ucraina. Il fatto nuovo è il chiarimento imposto nella sostanza da Letta, in nome di una leadership che sta prendendo forma. E il cui risultato finisce per allontanare Di Maio da Conte, come interpreti di due visioni che ancora si tenta di conciliare, ma che alla lunga sono destinate a divaricarsi: la prima ortodossa a supporto di Draghi, la seconda pronta a tutto per distinguersi. In modo indiretto anche Salvini è messo alle strette. Vero è che a destra Forza Italia non sta svolgendo la stessa azione chiarificatrice di Letta a sinistra: un po’ per ragioni numeriche e molto per l’eco dei vecchi rapporti personali, oggi raffreddati, tra Berlusconi e Putin. Tuttavia il punto è che Salvini è ormai un personaggio in declino. In un certo senso al pari di Conte: entrambi impantanati nelle loro opacità. Impensabile che ciò non abbia presto o tardi effetti sull’assetto politico.