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Un'idea pavida di democrazia

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L'invasione russa dell'Ucraina e la sinistra
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Come sono lontani gli anni beati quando (1966) I Giganti cantavano “noi non abbiamo paura della bomba”. Oggi, non immotivatamente, il timore della guerra nucleare si diffonde anche dove meno te lo aspetti, con esiti imprevedibili.


Conoscevo Giorgio Cremaschi come un colto e agguerrito sindacalista, di ispirazione “fabbrichista” — concentrato, cioè, sulla critica dell’organizzazione capitalistica del lavoro — e lo ritrovo in una trasmissione televisiva, che grida: «Io non mi schiero con nessuno dei combattenti. Io odio questi combattenti, tutti, allo stesso modo». Per poi aggiungere: «Naturalmente questo non vuol dire che non dica che Putin è l’aggressore». E ci mancherebbe altro. Resta, infrangibile, quell’affermazione: odio tutti i combattenti. Ne nasce un corto circuito con le parole pronunciate, in altra occasione televisiva, dal sociologo Alessandro Orsini: «Io preferisco che i bamb…

Come sono lontani gli anni beati quando (1966) I Giganti cantavano “noi non abbiamo paura della bomba”. Oggi, non immotivatamente, il timore della guerra nucleare si diffonde anche dove meno te lo aspetti, con esiti imprevedibili.


Conoscevo Giorgio Cremaschi come un colto e agguerrito sindacalista, di ispirazione “fabbrichista” — concentrato, cioè, sulla critica dell’organizzazione capitalistica del lavoro — e lo ritrovo in una trasmissione televisiva, che grida: «Io non mi schiero con nessuno dei combattenti. Io odio questi combattenti, tutti, allo stesso modo». Per poi aggiungere: «Naturalmente questo non vuol dire che non dica che Putin è l’aggressore». E ci mancherebbe altro. Resta, infrangibile, quell’affermazione: odio tutti i combattenti. Ne nasce un corto circuito con le parole pronunciate, in altra occasione televisiva, dal sociologo Alessandro Orsini: «Io preferisco che i bambini vivano in una dittatura piuttosto che muoiano sotto le bombe in nome della democrazia \[…\]. Anche perché un bambino anche in una dittatura può essere felice».


Credo di non esagerare se dico che queste formulazioni — assai diffuse nel senso comune progressista — costituiscano un acuto punto di crisi del pensiero democratico. Forse, addirittura il ribaltamento di un’intera concezione della storia e del ruolo, nella storia, della lotta, del conflitto sociale, della mobilitazione collettiva. Tutte forme di azione che possono diventare “combattimento” in ragione degli ostacoli che incontrano: innanzitutto la reazione di quanti vi si oppongono con la violenza.

Il percorso dell’umanità è sempre accompagnato da movimenti di “combattenti” che possono trovarsi costretti a ricorrere alla forza — in genere per autodifesa — al fine di affermare il proprio diritto alla lotta e le ragioni di essa. Insomma, senza quei “combattimenti” il progresso umano e civile sarebbe stato più lento e più contraddittorio. Ed è stato quello stesso progresso, all’interno dei sistemi democratici, a civilizzare i combattimenti rendendoli incruenti e affidati a strumenti per lo più legali. Anche nel caso di conflitti che, nati pacifici, sono diventati violenti per limiti esterni (preponderanza del nemico, norme ostili, mancato riconoscimento). È quanto Cremaschi sa bene, dal momento che ciò corrisponde alla storia dei sindacati nei regimi democratici a partire dal 1945. Diverso è il quadro internazionale. Qui si dà la possibilità — meglio: la necessità — di difendere i propri diritti attraverso la forza. Ciò avviene, a esempio, quando uno Stato viene invaso da un esercito nemico: ed è, esemplarmente, quanto accade in Ucraina. Se questo è vero, come è possibile “odiare” quei combattenti che si oppongono alle forze di occupazione? Se queste considerazioni di elementare buon senso non vengono condivise da tanta brava gente di sinistra è perché si è verificato, penso, qualcosa di simile a una catastrofe intellettuale. Ovvero la svalutazione del concetto stesso di libertà. Questa categoria, costitutiva della concezione progressista della Storia, sembra oggi messa in crisi dalla diffusione di una idea sostanzialmente pavida della democrazia. Ne discende la convinzione che nulla valga davvero la pena e che il pericolo per l’incolumità propria e altrui debba prevalere su tutto.


In altre parole, il primato della vita, pietra angolare del sistema universale dei diritti umani, diventa un assoluto esangue e disincarnato. Stesso discorso vale per la pace, trasfigurata ormai in una dimensione astratta e irenica (termine che, non a caso, ha una ascendenza teologica). È il ribaltamento di un concetto che può farsi risalire al Tacito di “hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace” (ma il termine latino solitudo significa non solo deserto, ma anche abbandono, mancato soccorso, penuria). Che ha portato, attraverso i secoli, alla massima “non c’è pace senza giustizia”, elaborata nel 1993 dall’omonima associazione nel corso della campagna per l’istituzione della Corte Penale Internazionale.


Questo nesso intimo tra pace e diritto e diritti è un criterio fondamentale per dare a quella aspirazione alla concordia universale un suo senso storico e un riferimento serrato alla dura materialità dello scenario geopolitico. Qui interviene un ulteriore tema: quello della paura. A scanso di equivoci, non parlo di un moto personale, attribuibile all’uno o all’altro dei miei interlocutori, bensì di un sentimento sociale, rappresentato oggi dal diffondersi dell’angoscia per una possibile guerra nucleare.


E qui vengono in mente le riflessioni di una mistica razionalista come Simone Weil — il suggerimento è di Filippo La Porta — che chiamava la guerra contro il nazifascismo un “male necessario”; e che arrivava a definire “fraternità combattente” l’azione partigiana contro gli eserciti invasori. Si dirà: ma oggi c’è l’atomica. Certo, e questo costituisce una enorme differenza. Dunque, nessuna imprudenza e nessuna irresponsabilità. Ma chi condivide la concezione tragica dell’esistenza di Simone Weil sa che la nostra vita è sotto l’immanenza del rischio. E che proprio per questo ci si deve chiedere se esista qualcosa per cui, anche oggi, valga la pena battersi. Il “combattimento” contro la "dittatura” non è da considerarsi, forse, una giusta causa?