C’è una guerra, certo. Ma c’è anche un’agenda di riforme che reclamano immediata approvazione. Anzi: in vari casi si tratta d’altrettanti obblighi costituzionali, adempimenti imposti dalla Carta o per suo tramite dalla Consulta. Invece il Parlamento traccheggia, tergiversa, temporeggia. O al più s’esercita in riforme minime, talvolta strampalate.
«Mai rimandare a domani ciò che puoi fare benissimo dopodomani», diceva Mark Twain. È il caso del fine vita, che non arriva mai a buon fine. Eppure la Corte costituzionale ha già sollecitato un paio di volte il varo d’una legge organica (decisioni n. 207 del 2018 e 242 del 2019). È il caso, inoltre, del pacchetto di revisioni costituzionali concordato fra i partiti dopo il taglio dei parlamentari. Ossia la riduzione dei delegati regionali che concorrono ad eleggere il capo dello Stato, nonché la formazione del Senato su base circoscriziona…
C’è una guerra, certo. Ma c’è anche un’agenda di riforme che reclamano immediata approvazione. Anzi: in vari casi si tratta d’altrettanti obblighi costituzionali, adempimenti imposti dalla Carta o per suo tramite dalla Consulta. Invece il Parlamento traccheggia, tergiversa, temporeggia. O al più s’esercita in riforme minime, talvolta strampalate.
«Mai rimandare a domani ciò che puoi fare benissimo dopodomani», diceva Mark Twain. È il caso del fine vita, che non arriva mai a buon fine. Eppure la Corte costituzionale ha già sollecitato un paio di volte il varo d’una legge organica (decisioni n. 207 del 2018 e 242 del 2019). È il caso, inoltre, del pacchetto di revisioni costituzionali concordato fra i partiti dopo il taglio dei parlamentari. Ossia la riduzione dei delegati regionali che concorrono ad eleggere il capo dello Stato, nonché la formazione del Senato su base circoscrizionale, per non strozzare la rappresentanza delle piccole Regioni. Niente da fare: i delegati regionali saranno sempre 58, poiché questa parte è stata già stralciata dalla proposta di modifica firmata da Fornaro. Quanto ai nuovi collegi del Senato, s’infrangono contro il tabù della legge elettorale, la cui discussione è ferma al settembre 2020, quando spuntò fuori il Brescellum.
Non che le Camere siano rimaste con le mani in mano. A febbraio avevano già messo mani alla Costituzione, per introdurvi la tutela dell’ambiente: peccato che quella tutela fosse già garantita, fin dal 2001, dall’articolo 117; e desunta altresì dalla Consulta, fin dagli anni Ottanta, dall’articolo 9. Nel frattempo sono in vista ulteriori orpelli. Per esempio l’inserimento dello sport nella Costituzione, su cui tutti i partiti si dichiarano d’accordo (d’altronde come opporsi al fitness?). Il riconoscimento del «principio di insularità» nell’articolo 119, votato il 30 marzo dalla Camera all’insaputa degli italiani. Senza dire dei poteri di Roma Capitale o dell’abolizione del Cnel, riforme sempreverdi e sempre rimandate.
Dopo di che c’è la normale attività legislativa. Dove è ormai normale impegnarsi soprattutto sulla conversione dei decreti governativi o sull’autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali (12 leggi sulle 16 approvate in Parlamento nel primo trimestre di quest’anno). E dove le eccezioni non offrono di certo risultati eccezionali. Così la «Dichiarazione di monumento nazionale dell’ex campo di prigionia di Servignano» (legge n. 20 del 2022). Il voto pressoché unanime della Camera, a gennaio, sul problem solving (che mai sarà?). La legge sulla peste suina, timbrata il 6 aprile. Quella sulla doppia laurea (sempre del 6 aprile), che permette agli studenti d’iscriversi contemporaneamente a due corsi di studio. O il giorno prima il via libera del Senato al terzo mandato per i sindaci dei piccoli comuni, destando l’invidia dei sindaci maggiori.
Tuttavia sono altre le riforme di cui abbiamo un gran bisogno. Il fisco (la legge di delega giace sommersa da 440 emendamenti). La concorrenza, a sua volta infilzata da migliaia d’emendamenti. La nuova disciplina della cittadinanza, con 730 proposte di modifica (ora si chiama ius scholae, anziché ius soli o ius culturae, ma rimane sempre un desiderium). E ovviamente la giustizia, madre di tutte le battaglie (perse). La riforma del Csm dovrà approdare in aula il 19 aprile, dopo un carosello di rinvii. Ma non c’è ancora un testo, giacché ci sono troppe teste fra i partiti. Nel frattempo si tengono riunioni su riunioni. Ecco, per i nostri parlamentari la soluzione potrebbe essere questa. Chiudiamoli in conclave, come stabilì la Chiesa nel 1274, dopo gli anni spesi a vuoto dal collegio cardinalizio per eleggere il nuovo Pontefice. E finché non si decidono, buttiamo via la chiave.