Il gas e l'interesse nazionale
di Claudio Tito , di Claudio TitoTroppo spesso in Italia il principio dell’interesse nazionale è stato soggiogato dai vantaggi particolari. Dalle esigenze del governo di turno, dalle richieste degli enti locali, dalle tattiche momentanee delle relazioni internazionali. E questo è accaduto anche in un settore vitale come l’energia. Il risultato finale è quello che abbiamo sotto gli occhi. Cambia il quadro dei rapporti con uno o più Stati stranieri e il pozzo della potenziale disperazione si apre e diventa profondissimo.
La guerra in Ucraina pone allora il nostro Paese davanti ad un bivio: quello della diversificazione e della indipendenza. È evidente che le incongruenze che si sono manifestate in un campo primario come l’elettricità non si possono risolvere in qualche mese. La complessità della contemporaneità rigetta ogni tentativo di semplificazione. Anche - o forse soprattutto - in relazione a gasdotti o centrali che bruciano vari tipi …
Troppo spesso in Italia il principio dell’interesse nazionale è stato soggiogato dai vantaggi particolari. Dalle esigenze del governo di turno, dalle richieste degli enti locali, dalle tattiche momentanee delle relazioni internazionali. E questo è accaduto anche in un settore vitale come l’energia. Il risultato finale è quello che abbiamo sotto gli occhi. Cambia il quadro dei rapporti con uno o più Stati stranieri e il pozzo della potenziale disperazione si apre e diventa profondissimo.
La guerra in Ucraina pone allora il nostro Paese davanti ad un bivio: quello della diversificazione e della indipendenza. È evidente che le incongruenze che si sono manifestate in un campo primario come l’elettricità non si possono risolvere in qualche mese. La complessità della contemporaneità rigetta ogni tentativo di semplificazione. Anche - o forse soprattutto - in relazione a gasdotti o centrali che bruciano vari tipi di combustibile. Anzi, ogni soluzione - per così dire – rabberciata, ci esporrà ad una altra e nuova dipendenza.
L’Italia, come il resto d’Europa, deve liberarsi dal giogo del gas russo. Ma, appunto, l’errore che non si può commettere è quello di sostituire il Cremlino con un altro fornitore dominante. L’accordo siglato ieri in Algeria è di certo importante. Bisogna fare i conti con l’urgenza del momento. È doveroso sapere che se i rubinetti del metano russo dovessero improvvisamente chiudersi – e questa è un’ipotesi tutt’altro che remota – vanno immediatamente recuperati una trentina di miliardi di metri cubi di gas. Quasi la metà del nostro fabbisogno. Vanno trovate le alternative. In tempi brevi. Ecco, però: alternative. Al plurale. Perché pensare di riconsegnare l’interruttore delle nostre lampadine, dei nostri frigoriferi o delle nostre industrie ad un somministratore prevalente significa ricadere nello stesso errore. La Russia si è rivelata un partner non solo politicamente inaffidabile ma umanamente orribile. L’Algeria o la Libia saranno nel lungo periodo più credibili e coscienziosi?
Ecco, il punto è proprio questo. L’Italia ha gestito negli ultimi trenta anni il nostro bisogno senza una politica che avesse al centro l’interesse nazionale. La dipendenza dalla Russia, tanto per fare un esempio, è cresciuta dal 2010. Dopo un accordo siglato durante il governo Berlusconi nel 2008. Le alleanze spot o a senso unico non liberano dalla dipendenza. La politica estera solo saltuariamente è stata associata a quella energetica. È ammissibile, ad esempio, lasciare la Libia al controllo di fatto di Russia e Turchia e poi provare ad aumentare le importazioni di metano e petrolio da quel Paese? Da una posizione di forza ci siamo ritrovati a Tripoli in una posizione di debolezza. Nulla, o poco, è stato fatto per riconquistare le posizioni. Come se quel Paese non distasse una manciata di miglia dai nostri confini.
Come sono stati coltivati i rapporti con l’Azerbaijan o con il Turkmenistan, due grandi produttori di gas? Con un senso di superiorità e di disinteresse. Nel migliore dei casi affidandosi alla diplomazia dell’Ue. L’Italia si è insomma abbandonata nell’illusione che le relazioni internazionali si potessero gestire nell’improvvisazione o che nessuna crisi avrebbe potuto mai investirci.
Nessun disegno di lungo periodo, nessun piano. Se non l’assecondare le pulsioni periodiche. O, come dicono molti dei nostri alleati europei coltivando un certo pregiudizio, accettando di essere le cicale dell’energia.
In trenta anni abbiamo così ridotto la produzione di metano autoctono del 90 per cento. I nostri giacimenti, soprattutto nell’Adriatico e in Sicilia, estraevano 30 miliardi di metri cubi di gas ogni anno. Adesso non arrivano a 4 sebbene tutte le ricerche descrivono un bacino da 350 miliardi di metri cubi. E perché? Perché sovente il “Partito del no” prevale sull’interesse nazionale. E così le trivelle sono state bloccate, per anni è stato sospeso il Tap (che ora verrà fortunatamente raddoppiato), sulla fonte rinnovabile dell’eolico c’è il quasi sistematico stop degli enti locali e spesso lo stesso discorso è applicato anche ai pannelli solari. I termovalorizzatori sono cancellati. È stata la vittoria del “Nimby”, Not in my backyard: non nel mio cortile. L’egoismo elevato a sistema.
Ora ci viene consegnato il conto. Sapendo che su questo terreno la solidarietà europea è parziale. Anzi, è già scattata la competizione per rintracciare nuovi mercati e esaudire le esigenze nazionali. Il governo italiano, anche ieri nel corso del Consiglio europeo dei ministri degli Esteri in Lussemburgo, è tornato a chiedere l’imposizione di un tetto al prezzo del gas. Un limite sia nell’acquisto iniziale, sia nella distribuzione. Perché la speculazione di queste settimane si è concentrata proprio nella seconda fase: quando il metano arriva alle contrattazioni della Borsa di Amsterdam e all’ingresso in Italia attraverso la porta di Tarvisio. Ma ancora una volta la risposta dell’Ue su questa iniziativa è stata negativa. Paesi come Olanda e Germania non ne vogliono sapere. Berlino e Amsterdam si difendono invocando la logica del mercato. Come se tutto quello che accaduto possa davvero rientrare nelle regole fisiologiche della pace e non debba invece essere inserito nelle eccezioni inevitabili della guerra. L’indipendenza energetica, dunque, non si conquista con solo un fattore. Ma con una politica complessa e diversificata. Solo così l’interesse nazionale può essere davvero tutelato.