Cosa vuol dire “vincere” a questo punto della guerra in Ucraina? Significa cose differenti per le due parti in causa e conseguenze comunque durature per l’Occidente.
Per Vladimir Putin, fallita la guerra lampo e il cambio di governo a Kiev, si tratta di ridimensionare gli obiettivi: consolidare l’occupazione di tutto il Donbass, assicurare la continuità territoriale con la Crimea, accerchiare il più possibile una parte consistente delle forze armate ucraine a est del Dnepr. Quanto basta per tenersi la fetta più industriale e mineraria dell’Ucraina, limitarne l’accesso al mare, integrare stabilmente la minoranza russofona nella grande madrepatria russa — il “russkij mir” — oltre che per avere qualcosa da annunciare il 9 maggio, anniversario della vittoria sul nazismo.
Per gli ucraini, con il passare del tempo e mentre la resistenza efficace sfiora ormai la controffensiva, vittoria è l’ambizione di battere la Russia sul terreno, espellendola dal territorio nazionale. Non sono solo le armi occidentali a fare la differenza. È il percepire intorno a sé una solidarietà crescente, che sembra prospettare — almeno nelle dichiarazioni del Primo Ministro Johnson e dell’Alto Commissario Borrell — qualcosa che possa andare anche al di là di quanto fatto finora. E in effetti cedere alla prepotenza non si può.
L’Occidente si inserisce in questo contesto. Si è finora confrontato con la guerra con inattesa compattezza. Ha aiutato l’aggredito contro l’aggressore in conformità con il diritto internazionale. Si è attenuto a regole d’ingaggio precise: non consentire alcun coinvolgimento diretto della Nato nel conflitto; evitare ogni ipotesi di ampliamento e di escalation dello stesso a nuovi scenari di crisi (Mali e Sahel, Libia e sub Sahara, Bosnia e Balcani) o all’uso di armi chimiche o nucleari di teatro; scongiurare una durata illimitata nel tempo delle ostilità. Sono regole che i governi occidentali non hanno travalicato per i rischi connessi di guerra globale, ma anche perché assicurano la tenuta delle nostre opinioni pubbliche, sempre più direttamente toccate dal dilemma tra pace e condizionatori accesi, per dirla con il Presidente Draghi. Regole che resistono — magari anche solo per il timore del peggio — malgrado la diversa dipendenza dalle forniture energetiche dalla Russia, gli interessi geopolitici differenti, l’ineguale animus pugnandi: altrettante possibili, rischiose linee di faglia. L’onere del containment non è uguale per tutti.
Sarà la situazione sul campo a rispondere alla domanda cruciale, potenzialmente divisiva: per cosa si combatte? Per indebolire Putin e indurlo a negoziare o per sconfiggerlo? A regole d’ingaggio immutate (pena trovarsi a scegliere prima o poi, ove le si estendesse, tra rischio di sfaldamento occidentale e allargamento del conflitto), finché Mosca riterrà di avere ancora da guadagnare e Kiev molto da difendere, non ci sarà spazio per negoziati significativi e tanto meno per dichiarare credibilmente vittoria. Per quante armi si vogliano fornire agli ucraini e per quanto i russi possano ridimensionare i loro obiettivi.
Sembrano le premesse di una guerra non breve, tosto o tardi destinata a congelarsi continuando a bassa intensità, a riflettere una situazione di fatto, dove i russi non saranno disposti a ritirarsi dai territori occupati, gli ucraini saranno impegnati con il nostro aiuto a ricostruire i propri spazi sovrani, il forte sistema sanzionatorio resterà conseguentemente in piedi, un lungo e complesso negoziato potrà forse nel frattempo avviarsi tra le due parti e i loro garanti ammesso che lo consenta il trauma delle atrocità russe sui civili inermi.
Avremo preservato la compattezza dell’Occidente — da puntellare comunque con il rafforzamento di Nato e Ue — e contenuto le pretese russe di sovranità limitata ai propri confini e di sfere d’influenza in Europa. Al prezzo tuttavia — che oggi pare inevitabile — di abbandonare per molto tempo l’ambizione di un ordine europeo basato su di una nozione condivisa di “minaccia”, su accordi multilaterali e non sulla mera deterrenza.
Comporterà un costo ingente per noi, potrà averne uno ancor più grave per la Russia (che rischia la subordinazione al vicino cinese), non sarà uno sviluppo positivo per nessuno. Toccherà soprattutto all’Europa farsene carico.