La formazione degli insegnanti finalmente viene riconosciuta come una priorità
di Andrea Gavosto , di Andrea GavostoIl ministro Bianchi ha presentato ai sindacati la bozza di riforma della formazione, assunzione e carriera dei docenti della scuola secondaria: è il principale intervento legislativo in materia scolastica previsto dal Pnrr e va completato entro giugno, secondo l’impegno preso con l’Ue. Com’è giusto: solo docenti ben preparati e motivati possono portare a un miglioramento dei risultati degli studenti italiani.
La bozza di decreto prevede passi in avanti importanti. Il primo è la centralità della formazione didattica del docente. Per diventarlo d’ora in poi si dovrà frequentare, oltre alla laurea magistrale, un anno di specializzazione, con molte ore di tirocinio in aula. Al termine, chi supererà la prova finale, otterrà l’abilitazione all’insegnamento; gli abilitati potranno partecipare al concorso per essere assunti in ruolo. La formazione non sarà quindi più limitata alla conoscenza del…
Il ministro Bianchi ha presentato ai sindacati la bozza di riforma della formazione, assunzione e carriera dei docenti della scuola secondaria: è il principale intervento legislativo in materia scolastica previsto dal Pnrr e va completato entro giugno, secondo l’impegno preso con l’Ue. Com’è giusto: solo docenti ben preparati e motivati possono portare a un miglioramento dei risultati degli studenti italiani.
La bozza di decreto prevede passi in avanti importanti. Il primo è la centralità della formazione didattica del docente. Per diventarlo d’ora in poi si dovrà frequentare, oltre alla laurea magistrale, un anno di specializzazione, con molte ore di tirocinio in aula. Al termine, chi supererà la prova finale, otterrà l’abilitazione all’insegnamento; gli abilitati potranno partecipare al concorso per essere assunti in ruolo. La formazione non sarà quindi più limitata alla conoscenza della materia, con poche infarinature di pedagogia, com’è adesso, ma richiederà anche di acquisire la capacità di insegnare, grazie a corsi di didattica ed esperienza sul campo. Sembra un’ovvietà, ma in Italia questo aspetto è da sempre trascurato. Superare la visione, vecchia di un secolo, che chi conosce le cose le sa anche insegnare, con tutti i danni provocati alla nostra scuola, è un bel progresso.
Un’altra novità positiva è il ruolo centrale dell’abilitazione, distinta dal concorso per l’assunzione. La prima serve infatti a verificare che chi vuole insegnare abbia livelli adeguati di conoscenza della materia, ma anche competenza didattica e capacità di gestire una classe; con il secondo si scelgono i migliori insegnanti che servono alle scuole, in ogni materia e nelle diverse località del Paese, facendo incontrare domanda e offerta di lavoro. Nel testo si dice chiaramente che l’abilitazione è necessaria, ma di per sé non garantisce l’assunzione a tempo indeterminato: si elimina quindi il fraintendimento che per anni ha generato in chi aveva l’abilitazione il convincimento di un diritto a ottenere, prima o poi, un posto garantito. Molto naturalmente dipenderà dal rigore dell’esame di abilitazione, che — oltre a una lezione simulata — dovrà guardare a tutti gli aspetti della professionalità di un docente, ancor più oggi che i concorsi nella scuola sono stati eccessivamente semplificati dalla riforma Brunetta.
Se il nuovo modello ci avvicina al resto d’Europa, non mancano punti discutibili. In primo luogo, a fianco del percorso principale (formazione, abilitazione, concorso) compaiono scorciatoie poco comprensibili. Una, in particolare, preoccupa, riguardando decine di migliaia di candidati: dando per scontato che esperienza equivalga a preparazione, chi è già stato supplente per almeno 36 mesi può accedere direttamente al concorso senza l’abilitazione; solo dopo aver vinto la prova, si sottoporrà alla verifica delle competenze: il rischio è che si tratti di un passaggio solo formale.
Perplessità anche sulla scelta relativa alla carriera dei docenti, altra novità a lungo attesa. Anziché essere legati a responsabilità per il buon funzionamento della propria scuola, i passaggi di carriera sono limitati a una progressione salariale, accelerata da due condizioni: frequentare corsi di formazione continua ed essere valutati sulla base dei risultati Invalsi dei propri studenti, secondo modalità ancora da definire. Quest’ultimo requisito è pericoloso: non solo valutare il singolo docente dai risultati degli allievi è sbagliato (insegnare è sempre lavoro di squadra), ma sappiamo anche che — quando i test diventano condizione per aumenti retributivi — i docenti sono spinti a boicottarli, facendo perdere loro l’insostituibile valore di diagnosi del sistema. Formazione e carriera sono due cardini di un buon sistema scolastico, ma le promozioni devono valutare a 360 gradi tutte le caratteristiche che fanno un buon docente.
Andrea Gavosto è direttore della Fondazione Agnelli