Oggi la necessità di spendere di più per la difesa in Europa occidentale è data come un fatto scontato; le voci di dissenso sono rare e comunque fuori dal mainstream. I motivi per aumentare la spesa militare europea sono evidenti. Naturalmente dipende tutto dalla qualità della spesa militare: si può spendere in armamenti moderni o in salari e pensioni (come avviene ora in Italia, ma nel clima attuale vogliamo sperare ed assumere che la nuova spesa sarà prevalentemente del primo tipo).
Quello che ci lascia perplessi è la motivazione che viene spesso data da tanti politici e commentatori autorevoli: improvvisamente, in tanti scoprono che la spesa militare è una spesa “buona”, che aumenta il Pil e dà slancio all’economia. I motivi non sono sempre chiari ma, schematicamente, c’è chi sostiene che la spesa per la difesa ha ricadute tecnologiche e stimola il Pil dal lato dell’offerta, e chi s…
Oggi la necessità di spendere di più per la difesa in Europa occidentale è data come un fatto scontato; le voci di dissenso sono rare e comunque fuori dal mainstream. I motivi per aumentare la spesa militare europea sono evidenti. Naturalmente dipende tutto dalla qualità della spesa militare: si può spendere in armamenti moderni o in salari e pensioni (come avviene ora in Italia, ma nel clima attuale vogliamo sperare ed assumere che la nuova spesa sarà prevalentemente del primo tipo).
Quello che ci lascia perplessi è la motivazione che viene spesso data da tanti politici e commentatori autorevoli: improvvisamente, in tanti scoprono che la spesa militare è una spesa “buona”, che aumenta il Pil e dà slancio all’economia. I motivi non sono sempre chiari ma, schematicamente, c’è chi sostiene che la spesa per la difesa ha ricadute tecnologiche e stimola il Pil dal lato dell’offerta, e chi sostiene che l’acquisto di materiale bellico e l’aumento della consistenza degli eserciti ha un affetto keynesiano dal lato della domanda. E ovviamente c’è chi sostiene che sono all’opera entrambi gli effetti.
La teoria delle ricadute tecnologiche della spesa per la difesa ha una antica tradizione. Una esponente moderna e per certi versi sorprendente è l’economista italo-americana Mariana Mazzucato, secondo cui addirittura i contratti del Pentagono sono alla base di quasi tutte le maggiori innovazioni degli ultimi decenni, da Internet all’iPhone. L’evidenza addotta è aneddotica; la nostra lettura degli studi econometrici e statistici è molto più ambigua, ma questo è inevitabile perché stabilire un rapporto di causa effetto dai dati statistici in questo campo è un’impresa disperata.
Ma siamo disposti a credere che le commesse militari in paesi come Usa e Israele abbiano avuto ricadute sulla tecnologia civile, anche se di difficile quantificazione. Ma l’Italia non è Israele. L’Italia non è nota per la sua tecnologia militare, se non forse in alcuni prodotti di nicchia. Anche ammettendo di spendere diciamo 10 miliardi in più all’anno sul settore della difesa (mezzo punto percentuale del Pil, una cifra enorme), è irrealistico pensare che improvvisamente si trasformi in un volano tecnologico per l’intera economia civile. Ci sarà qualche ricaduta qua e là, ma se la giustificazione è il progresso tecnologico nel settore civile, allora meglio investire direttamente in ricerca e sviluppo in campo civile piuttosto che attendersi ricadute, realisticamente modeste e sicuramente aleatorie, dal settore militare nostrano.
Anche il secondo meccanismo addotto per giustificare una maggiore spesa per la difesa non è convincente. Un maggiore acquisto di materiale militare da parte dello Stato e l’espansione dell’arruolamento sono sicuramente un aumento della spesa pubblica. Ma lo è anche l’acquisto di materiale ospedaliero, la manutenzione delle strade, l’aumento degli stipendi degli insegnanti delle scuole o degli assegni alle famiglie indigenti. L’elenco potrebbe continuare e ha lo scopo di fare un punto molto semplice. Se la giustificazione per la maggiore spesa militare è che ha effetti espansivi, vi sono miriadi di possibili alternative anch’esse con effetti espansivi, e potenzialmente più desiderabili da tanti punti di vista. Tanto più che in questo caso l’evidenza econometrica non è tanto benevola riguardo agli effetti espansivi della spesa per la difesa.
Il terzo motivo per cui la conversione sulla via di Damasco alle spese militari è non convincente è il più semplice di tutti. Se veramente è così ovvio che la spesa per la difesa ha effetti così potenti sia dal lato della offerta che da quello della domanda, perché non l’abbiamo aumentata prima?
Troviamo molto più lineare, convincente, ed onesto intellettualmente riconoscere che un aumento della spesa per la difesa era probabilmente opportuno già prima, non per le sue intrinseche proprietà benefiche ma per adempiere seriamente a degli impegni internazionali; ora è diventato praticamente inevitabile per ovvi motivi di politica internazionale. Sarebbe preferibile che non fosse così, ma questa è la realtà. Il resto sono orpelli intellettuali con poco fondamento fattuale.