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25 aprile, il rasoio di Mattarella

Il presidente Sergio Mattarella (agf)

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Il punto del 23 aprile 2022
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Alla vigilia del 25 aprile il presidente Mattarella ha spazzato via le ambiguità che erano calate sulla festa della Liberazione fino a snaturarne il senso. In quel giorno, ha detto, si evoca, sì, la pace, ma quella che deriva dal non essersi arresi “di fronte alla prepotenza”. E si celebra il coraggio: quello che ci vuole per “interrompere le ostilità e ritirare le forze d’invasione”. Raramente nel corso del primo mandato il capo dello Stato aveva usato un linguaggio così netto, persino perentorio. Ora invece ha pronunciato parole fin troppo chiare che colpiscono senza incertezze quanti stanno cercando di trasformare il 25 aprile in un tripudio di ideologismi. Si badi: non di ideologie, che sono ormai spente, ma della loro degenerazione appannata.

Alla vigilia del 25 aprile il presidente Mattarella ha spazzato via le ambiguità che erano calate sulla festa della Liberazione fino a snaturarne il senso. In quel giorno, ha detto, si evoca, sì, la pace, ma quella che deriva dal non essersi arresi “di fronte alla prepotenza”. E si celebra il coraggio: quello che ci vuole per “interrompere le ostilità e ritirare le forze d’invasione”. Raramente nel corso del primo mandato il capo dello Stato aveva usato un linguaggio così netto, persino perentorio. Ora invece ha pronunciato parole fin troppo chiare che colpiscono senza incertezze quanti stanno cercando di trasformare il 25 aprile in un tripudio di ideologismi. Si badi: non di ideologie, che sono ormai spente, ma della loro degenerazione appannata.


Mattarella è intervenuto perché la ricorrenza coincide con una delle due date fondanti della Repubblica. L’altra è il 2 giugno e si capisce perché. Tuttavia il 25 aprile ricorda, come è noto, la fine della guerra, la liberazione dell’Italia del Nord, la sconfitta nazifascista. Trasformarla - nel segno dell’ideologismo - in una generica e ipocrita festa della pace, negando il paragone con l’Ucraina in quanto l’invasione russa non può essere messa sul piano dell’occupazione tedesca nel 1944-‘45, servirà certo a giustificare l’autocrate russo, ma è un’offesa ai patrioti caduti. Tra le righe il capo dello Stato ricorda che costoro morirono per la libertà essendo di differenti fedi politiche: comunisti, azionisti, cattolici, liberali. 77 anni dopo, dimenticarlo per ammiccare alla guerra di Putin significa delegittimare il momento fondativo della Repubblica.
Mattarella aveva quindi il dovere di ristabilire la cornice storica nella quale si è sviluppata la nostra democrazia all’interno dell’alleanza occidentale. È evidente che tutte le opinioni sono legittime, anche quelle che tendono a confondere le coscienze, ma non è lecito inquinare la memoria per alimentare la polemica quotidiana. Forse non è un caso se due giorni prima del presidente della Repubblica sia intervenuta la senatrice a vita Liliana Segre: anche da lei, la più autorizzata a tracciare una linea discriminante tra la realtà storica e la malafede, sono venute parole severe. Del resto, il 25 aprile è una data a lungo contestata dall’estrema destra nostalgica e nemica della Repubblica; è davvero un paradosso che oggi sia strumentalizzata con i medesimi argomenti da chi detesta l’occidente e pretende di collocarsi a sinistra.

Comunque sia, anche da questo passaggio si comprende come il conflitto in corso sia diventato il terreno su cui si logorano vecchi rapporti politici. Logorato in forme estreme è il rapporto tra il Pd di Letta e i 5S di Conte. Il segretario del Pd non esita ad affermare che Marine Le Pen rappresenta la “longa manus” di Putin in Europa, mentre il suo partner dice di non saper scegliere tra lei e Macron. S’intuisce che l’alleanza non ha futuro, a meno che Conte non si trasformi in un mero vassallo. Ma non sembra che sia questa l’intenzione del suo circolo ristretto, compreso il giornale di riferimento. Più che logorato è anche il rapporto a destra. Salvini che abbraccia Orban (il più filo-russo e anche filo-cinese all’interno della Nato) si ritrova solo. Non lo seguono Giorgia Meloni e nemmeno Berlusconi che di Orban si professava amico (peraltro diceva lo stesso di Putin). I prossimi mesi potrebbero vedere novità negli schieramenti e nei rapporti di forza a cui ci eravamo abituati.