La perfezione a ogni costo
di Claudia de Lillo , di Claudia de LilloCosa cambieresti di te se avessi una bacchetta magica? Vorrei occhi verdi, gambe lunghe e magre come stecchini, pancia piatta dimentica delle gravidanze, pelle di porcellana, sorriso pubblicitario e un seno florido ignaro del tempo. Vorrei la faccia di Barbie e il sedere di Jennifer Lopez dei tempi d’oro. Vorrei un negozio, possibilmente sotto casa, dove comprare pezzi di ricambio quando i miei si guastano. Perché, alla fin fine, siamo assemblaggi di tanti pezzi, no? È così che ci guardano, è così che ci hanno insegnato a vedere noi stesse.
E quando finalmente l’involucro coinciderà con il corpo dei sogni (ma i sogni di chi?), potr&o…
Cosa cambieresti di te se avessi una bacchetta magica? Vorrei occhi verdi, gambe lunghe e magre come stecchini, pancia piatta dimentica delle gravidanze, pelle di porcellana, sorriso pubblicitario e un seno florido ignaro del tempo. Vorrei la faccia di Barbie e il sedere di Jennifer Lopez dei tempi d’oro. Vorrei un negozio, possibilmente sotto casa, dove comprare pezzi di ricambio quando i miei si guastano. Perché, alla fin fine, siamo assemblaggi di tanti pezzi, no? È così che ci guardano, è così che ci hanno insegnato a vedere noi stesse.
E quando finalmente l’involucro coinciderà con il corpo dei sogni (ma i sogni di chi?), potrò dedicarmi all’upgrade interiore perché anche quello che c’è dentro ha ampi margini di miglioramento.
Dove abita la perfezione? Quanta strada siamo disposte a percorrere per raggiungerla? Qual è il suo prezzo in denaro, in nevrosi, in frustrazione, in sofferenza fisica, in vite umane?
1.200 euro. Tanto aveva pagato Samantha Migliore a Pamela Andress, una sedicente estetista trovata sul web, per un intervento al seno che, nelle promesse, avrebbe cancellato le tracce di cinque gravidanze. «Era così felice». Il marito le aveva chiesto di lasciar perdere ma si era arreso vedendola contenta. È un viaggio pervicace e inebriante quello verso la perfezione.
Lei aveva 35 anni anni e abitava in provincia di Modena. L’hanno uccisa le iniezioni, l’incuria, di certo la mancanza di professionalità.
Non è la prima vittima, non sarà l’ultima.
Meno di un mese fa, Vanessa Celle, 37 anni, a Torre del Greco, si è sottoposta a rinoplastica, liposuzione e mastoplastica additiva. Tre interventi insieme, uno dopo l’altro, cinque ore in sala operatoria. È morta in ospedale a Napoli, dove era stata trasferita con l’ambulanza. Chissà se anche lei era felice.
Le procure stanno indagando. Basteranno dei nomi e dei cognomi per assolvere tutti gli altri? E dopo? Quando la prossima vittima, probabilmente donna, sarà sacrificata sull’altare di un ideale distruttivo, a chi daremo la colpa?
Di chi è la responsabilità della corsa sciagurata di tutte quelle che magari non muoiono ma rincorrono un modello distopico, alzando l’asticella ancora e ancora, fino frantumarsi in mille pezzi imperfetti?
Ci vogliono belle, giovani, toniche. Ci vogliono somiglianti alla bambolina di plastica dentro la loro testa. E noi, generazioni educate alla docilità invece che all’emancipazione, ci vogliamo ancora meglio dei sogni altrui. Per non sbagliare, ci vogliamo perfette, costi quel che costi.
E quella perfezione a cui la società e il nostro masochismo ci inchiodano non riguarda solo nasi, seni, cosce, corpi assemblati ma inquina anche i nostri pensieri.
Non siamo mai abbastanza. Per una promozione, per un aumento di stipendio, per il rispetto, per la parità (pare che la raggiungeremo nel 2157, in fondo sono solo 135 anni). Professioniste incompetenti, madri manchevoli, amanti scarse, figlie ingrate, anneghiamo nei nostri sensi di colpa, annaspiamo nell’inadeguatezza. Ognuna è imperfetta a modo suo mentre la perfezione è uguale per tutte, dolorosa e inarrivabile.
È un problema solo femminile? Certo, è soprattutto il corpo delle donne e non degli uomini, esposto all’osceno mercato del giudizio del mondo. Ma il mito feroce della perfezione ha mille volti e non risparmia nessuno. Non il bambino fuori posto e il ragazzino fragile, non il pavido, il timido, il lento, lo sghembo, il diverso.
Ci meritiamo tutti di somigliare a noi stessi, ai nostri corpi difettati, alle nostre anime malconce, alle nostre identità ingombranti e fragili.
Dovremmo impararlo da piccoli, magari a scuola. Ci vorrebbe in ogni classe, una maestra speciale che si faccia beffe della perfezione e ci ami per il magnifico pasticcio che siamo.
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