La vittoria di Emmanuel Macron nelle elezioni presidenziali è una cosa sana per la Francia, ma lo è ancora di più per l'Unione europea. Immaginiamo, con un brivido per lo scampato pericolo, che cosa sarebbe stata l'Europa, in questa drammatica congiuntura bellica, con l'Eliseo occupato da una sodale di Putin, addirittura debitrice verso il Cremlino per vecchi finanziamenti, una che auspica un ritorno all'Europa delle nazioni. Insomma un'apostata rispetto al credo dei padri fondatori, che magari si sarà un po' annacquato con gli allargamenti e la Brexit, ma resta comunque una stella polare cui aggrapparsi in questi tempi torbidi e grami.
La vittoria di Emmanuel Macron nelle elezioni presidenziali è una cosa sana per la Francia, ma lo è ancora di più per l'Unione europea. Immaginiamo, con un brivido per lo scampato pericolo, che cosa sarebbe stata l'Europa, in questa drammatica congiuntura bellica, con l'Eliseo occupato da una sodale di Putin, addirittura debitrice verso il Cremlino per vecchi finanziamenti, una che auspica un ritorno all'Europa delle nazioni. Insomma un'apostata rispetto al credo dei padri fondatori, che magari si sarà un po' annacquato con gli allargamenti e la Brexit, ma resta comunque una stella polare cui aggrapparsi in questi tempi torbidi e grami.
Perché quello di cui ha grande bisogno in questo momento l'Europa è una guida, capace di tenerla insieme con un comune denominatore politico-militare, che non sia soltanto quello indicato dagli Stati Uniti, ma che abbia una sua identità di visione e di proposizione in vista di una pace che si allontana e di una guerra che rischia di prolungarsi per mesi (se non per anni) e di incanaglirsi sempre di più in una spirale di orrori senza fine.
Ora questa guida non può che assumerla la Francia di Macron. Per status, perché, dopo la Brexit, è l'unica potenza nucleare dell'Unione oltre che membro permanente, quindi con diritto di veto, del Consiglio di sicurezza dell'Onu.
Per esclusione, perché la Germania del dopo Merkel manca di una leadership autorevole ed è troppo condizionata dagli interessi economici ed energetici, oltre che da una Ostpolitik che fa parte del suo patrimonio genetico. E l'Italia di Mario Draghi perché, all'opposto della Germania, ha l'autorevolezza riconosciuta del premier, ma non quella del Paese.
Nella fase iniziale della guerra scatenata da Vladimir Putin in Ucraina, anche grazie agli insuccessi dell'offensiva russa su Kiev, c'era stato un diffuso compiacimento per la ritrovata compattezza dell'Occidente e il rinnovato vigore della Nato, di cui proprio Macron aveva decretato in passato la "morte cerebrale". Ma dopo due mesi di guerra occorre andare oltre e riflettere su quali debbano essere gli obiettivi non solo militari, ma anche politici. In altre parole: l'Occidente vuole aiutare l'Ucraina affinché la guerra finisca, o affinché la vinca? Non è la stessa cosa: perché la guerra può finire anche con un negoziato, mentre può essere vinta solo con le armi.
E' stato il presidente del Consiglio europeo Charles Michel a proporre questo interrogativo agli osservatori quando, nell'incontro con Zelensky a Kiev,ha detto: "Faremo di tutto per assicurarci che vinciate la guerra". E' il pensiero di Michel, che spesso si è segnalato per il suo modesto spirito di finezza diplomatica? O è la linea dell'Unione europea di fronte al prolungarsi delle ostilità e al fallimento di ogni mediazione, sperimentata proprio da Michel nel suo dialogo tra sordi con Putin nei giorni scorsi?
Ieri il Financial Times, basandosi su tre fonti che hanno accesso al pensiero dello zar, ha scritto che "Vladimir Putin ha perso ogni interesse negli sforzi diplomatici e, al contrario, sembra orientato a prendersi la maggior parte possibile del territorio dell'Ucraina". Secondo l'articolo, Putin aveva fatto un pensiero al negoziato, ma si è infuriato per l'affondamento dell'incrociatore "Moskva", crede sempre di più alla narrazione e alla propaganda che lui stesso ha ordinato nelle tv e nei giornali di regime, e ora "vuole vincere alla grande". Niente di sorprendente se si considera, come ha giustamente annotato "le Monde" due giorni fa, che "la violenza armata è lo strumento favorito del presidente russo", visto che in vent'anni di potere ha fatto ben quattro guerre: in Cecenia, in Georgia, in Siria e ora in Ucraina.
Proprio per questa mancanza di prospettive diplomatiche e per la minaccia di un guerra a tempo indeterminato, l'Europa ha bisogno di coesione e di una guida, e non di andare soltanto a trazione americana, per giunta in ordine sparso come sta accadendo sempre più spesso ultimamente, con processioni un po' improvvisate a Kiev e dichiarazioni non sempre consonanti sulle sanzioni, gli aiuti militari all'Ucraina e perfino sulla natura giuridica degli orrori commessi dai militari russi (che secondo i baltici configurano il genocidio, come aveva detto Biden, smentito dallo stesso Macron).
La campagna elettorale ha un po' distratto il neo-confermato presidente francese. Ma ora dovrà rapidamente rifocalizzarsi sull'Ucraina anche in virtù del suo ruolo di presidente di turno dell'Unione europea. La prima occasione potrebbe essere il grande raduno dei Paesi sostenitori dell'Ucraina organizzato nella base di Ramstein, in Germania, dal segretario di Stato americano Antony Blinken e dal suo collega alla Difesa Lloyd Austin, reduci da una visita a Kiev, avvolta da una certa suspense, a conferma dell'incondizionato sostegno americano a Zelensky contro Putin. Quaranta gli invitati a Ramstein. Non si sa ancora quanti saranno presenti. Una cosa è certa: il tema non può essere guerra o pace, ma quanto a lungo può durare la guerra senza che l'Ucraina paghi un prezzo insopportabile in termini di vite umane e di amputazioni territoriali.