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Francia, rassemblement democratico

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Il presidente francese appena rieletto ha bisogno di trovare il consenso nazionale
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L’altra gamba, presidente! Recuperi al più presto l’appoggio sulla gamba sinistra, perché adesso lei ha bisogno del consenso nazionale. La Francia è certamente scampata al peggio, all’importazione del modello ungherese, all’indebolimento dell’economia, alla conseguente paralisi dell’Unione Europea e al trionfo che l’elezione di Marine Le Pen avrebbe regalato al presidente russo.


La Francia e l’Unione hanno rischiato grosso ma a giugno i francesi potrebbero eleggere all’Assemblea nazionale tre grandi gruppi fra i quali nessun accordo sarebbe possibile: la sinistra radicale di Jean-Luc Mélen…

L’altra gamba, presidente! Recuperi al più presto l’appoggio sulla gamba sinistra, perché adesso lei ha bisogno del consenso nazionale. La Francia è certamente scampata al peggio, all’importazione del modello ungherese, all’indebolimento dell’economia, alla conseguente paralisi dell’Unione Europea e al trionfo che l’elezione di Marine Le Pen avrebbe regalato al presidente russo.


La Francia e l’Unione hanno rischiato grosso ma a giugno i francesi potrebbero eleggere all’Assemblea nazionale tre grandi gruppi fra i quali nessun accordo sarebbe possibile: la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, il Rassemblement national di Marine Le Pen e i centristi raccolti sotto il vessillo presidenziale. In assenza di una maggioranza parlamentare Emmanuel Macron potrebbe ben presto dover sciogliere l’Assemblea. Correrebbe allora il rischio di perdere elettori e, anche se riuscisse a formare una coalizione, partirebbe da una posizione di debolezza per affrontare, subito dopo l’estate, quel “terzo turno sociale” minacciato dall’ampiezza del malcontento popolare, dall’inflazione e dal calo del potere d’acquisto.
Come tutti i suoi predecessori da Jacques Chirac in poi, Emmanuel Macron potrebbe quindi trovarsi di fronte all’impossibilità di introdurre il seppur minimo cambiamento, men che meno la riforma delle pensioni che non è riuscito a far approvare durante il suo primo mandato. È il secondo pericolo che incombe su di lui e, proprio mentre i tassi di interesse ricominciano a salire, potrebbe di conseguenza non essere in grado di ridurre il deficit di bilancio creato dalla pandemia.
Lo stato delle finanze francesi diventerebbe preoccupante e questo gli impedirebbe – è il terzo pericolo – di avere un peso all’interno del Consiglio d’Europa sufficiente a far evolvere l’Unione in un momento in cui le circostanze lo esigono. In pratica, l’unica cosa che il presidente della Repubblica è riuscito a fare è stata non perdere. Se ora desidera vincere, se vuole passare alla storia come l’uomo grazie al quale la Francia avrà contribuito a fare dell’Unione europea una potenza politica, se vuole realizzare la sua più grande ambizione anziché rivelare la sua impotenza sulla scena interna, deve riunire la sinistra.


È questa l’urgenza del momento e significa che alle legislative dovrà proporre un programma che la sinistra e i verdi non possano che approvare. Ha iniziato a farlo negli ultimi quindici giorni, professandosi favorevole al raddoppio degli sforzi per contrastare il riscaldamento globale e all’apertura, non più tardi di luglio, di una conferenza sociale sul finanziamento e l’estensione delle tutele sociali. Bisognerà mettere tutte le carte in tavola e far capire con chiarezza che non ci potranno essere nuovi aiuti per la dipendenza o l’autismo se non aumenteranno i fondi e che quindi sarà necessario estendere l’orario di lavoro.
Il cuore della questione è capire per quanti anni e a quale ritmo. Toccherà alle parti sociali e poi alla rappresentanza nazionale deciderlo ma di certo non lo potranno fare senza l’approvazione e il sostegno degli elettori di sinistra e dei verdi.


In buona sostanza, Emmanuel Macron dovrà scegliere un primo ministro che incarni questa svolta a sinistra senza alienarsi il centro e la destra. Un sindacalista come Laurent Berger, il segretario generale della CFDT, potrebbe riuscire a formare un governo di unità nazionale e a realizzare la quadratura del cerchio. Altrettanto potrebbe fare qualche grande economista. I candidati papabili non mancano ma questo futuro premier, chiunque sarà, dovrà parallelamente gettare le basi di un Partito democratico che sia in grado un giorno di conquistare una parte dell’elettorato di Mélenchon, il grosso dei socialdemocratici, il centro e la destra sociale di tradizione gollista. Non ci siamo ancora. È troppo presto, ma bisogna mettersi al lavoro fin da ora perché i grandi partiti francesi sono in rovina e la destra e l’estrema destra tenteranno di unirsi in uno schieramento nazionalista, illiberale e xenofobo al quale bisognerà opporre un fronte sociale, democratico ed europeo. Mai, dopo De Gaulle, un presidente si è trovato ad affrontare una sfida storica di questa portata.

Traduzione di Alessandra Neve