L’Italia che ha guardato a Parigi può adesso riflettere da destra e da sinistra sulla rielezione di Macron. La percentuale è considerevole, soprattutto perché a differenza del 2017 il voto implicava anche un giudizio sul presidente uscente. Il 58,2 sotto questo aspetto è un dato netto, benché il partito degli ottimisti avesse sperato in qualcosa di più. In effetti Marine Le Pen nel ‘17 aveva toccato il 33 per cento e adesso è al 41,8. Un progresso ininfluente, ma consolatorio: otto punti in più per dire che l’eterna candidata della destra estrema ha fatto qualche passo avanti nel rappresentare il malessere della Francia profonda, ma troppo poco e troppo tardi. Peraltro, nel 1981, Mitterrand contro Giscard prevalse con meno del 52 per cento e poi seppe essere un presidente forte e carismatico. Ne deriva che la percentuale di Macron è importante fino a un certo punto. Anche perché le condizioni in cu…
L’Italia che ha guardato a Parigi può adesso riflettere da destra e da sinistra sulla rielezione di Macron. La percentuale è considerevole, soprattutto perché a differenza del 2017 il voto implicava anche un giudizio sul presidente uscente. Il 58,2 sotto questo aspetto è un dato netto, benché il partito degli ottimisti avesse sperato in qualcosa di più. In effetti Marine Le Pen nel ‘17 aveva toccato il 33 per cento e adesso è al 41,8. Un progresso ininfluente, ma consolatorio: otto punti in più per dire che l’eterna candidata della destra estrema ha fatto qualche passo avanti nel rappresentare il malessere della Francia profonda, ma troppo poco e troppo tardi. Peraltro, nel 1981, Mitterrand contro Giscard prevalse con meno del 52 per cento e poi seppe essere un presidente forte e carismatico. Ne deriva che la percentuale di Macron è importante fino a un certo punto. Anche perché le condizioni in cui i francesi sono stati chiamati alle urne era abbastanza drammatica, dopo due anni di pandemia, una guerra in corso vicino ai confini e tutte le conseguenze economiche e sociali figlie della tensione internazionale, a cominciare dall’inflazione.
L’Italia, allora. Ieri sera erano ovvie le congratulazioni, miste a sollievo, di Draghi che vede in Macron un partner irrinunciabile rispetto agli equilibri europei. Idem per la soddisfazione dei sostenitori macroniani della prima ora, quali Enrico Letta, Renzi, Calenda e +Europa. Non tutti s’identificano al cento per cento nella filosofia politica del presidente francese, nel suo movimento privo di vere radici nel tessuto politico d’oltralpe e quindi centrato sulla persona del leader. Non tutti nel Pd condividono l’idea che la vera distinzione non è più “tra destra e sinistra” bensì tra “europeisti e sovranisti”: ossia la pietra angolare del macronismo. C’è un mondo prossimo a Mélenchon: dal vicesegretario Provenzano ai vicini di casa, come Art.1 di Speranza e Bersani, fino alle altre sigle che Letta vuole comprendere nel “campo largo”. Del resto, si fa notare, anche Macron per vincere ha avuto bisogno di una bella fetta dei voti di Mélenchon.
Il che è vero, come è vero che al primo turno la somma dei voti anti-establishment valeva circa il 55 per cento. Ma il fatto che Macron abbia riassorbito in buona misura la fascia del malcontento non si deve tanto a una sua trasformazione politica, quanto alla logica del sistema maggioritario a doppio turno. Di nuovo ha disinnescato le spinte centrifughe e ha evitato il frantumarsi del Paese. Per quanto ci riguarda, è chiaro che un sistema con ballottaggio avrebbe evitato l’esito del 2018, quando un risultato nel segno della protesta senza progetto consegnò il paese per metà legislatura al M5S e alle sue ambiguità. Comunque sia, nessuno oggi pensa di riaprire una discussione astratta sul modello elettorale. E pure le spinte a favore del proporzionale sono destinate a infrangersi sullo “status quo”, come in fondo preferiscono sia Letta sia, sull’altro fronte, Giorgia Meloni.
A proposito di centrodestra, Salvini ha di nuovo sbagliato nel sostegno acritico alla candidata sconfitta. Una mossa che di sicuro non rafforza le sue ambizioni. Il tema di come andare oltre il sovranismo nella sua accezione più banale da ieri sera è prioritario per le destre occidentali. La guerra di Putin non apre la strada ai movimenti collaterali in Europa occidentale, anzi genera un rigetto. Salvini non vuole o non può capirlo. Viceversa Giorgia Meloni ha tutto l’interesse a proseguire sulla via intrapresa, sia pure con qualche timidezza, per rinnovare il bagaglio culturale e politico di Fd’I.