Che a partire da un dato incontrovertibile - c'è un aggressore, la Russia; c'è un aggredito, l'Ucraina - la guerra sembri procedere in un perverso automatico aggravamento e in un disperante reciproco fraintendimento, è un'impressione diffusa e preoccupante. Che emerge anche dall'analisi di alcune parole-chiave.
La prima è proprio "guerra", non a caso bandita da Putin, per il quale l'invasione dell'Ucraina è un'operazione militare interna: i motivi di sicurezza a suo tempo accampati sono filtrati dal punto di vista imperiale che considera l'Ucraina una provincia ribelle e ostile, manovrata da stranieri, che deve essere domata e ricondotta tra i fratelli russi - una variante imperiale della dottrina sovietica della sovranità limitata. Al contrario, per l'Occidente siamo davanti a un conflitto internazionale fra Stati sovrani; e ciò mostra la differenza fra la legittimità dell…
Che a partire da un dato incontrovertibile - c'è un aggressore, la Russia; c'è un aggredito, l'Ucraina - la guerra sembri procedere in un perverso automatico aggravamento e in un disperante reciproco fraintendimento, è un'impressione diffusa e preoccupante. Che emerge anche dall'analisi di alcune parole-chiave.
La prima è proprio "guerra", non a caso bandita da Putin, per il quale l'invasione dell'Ucraina è un'operazione militare interna: i motivi di sicurezza a suo tempo accampati sono filtrati dal punto di vista imperiale che considera l'Ucraina una provincia ribelle e ostile, manovrata da stranieri, che deve essere domata e ricondotta tra i fratelli russi - una variante imperiale della dottrina sovietica della sovranità limitata. Al contrario, per l'Occidente siamo davanti a un conflitto internazionale fra Stati sovrani; e ciò mostra la differenza fra la legittimità dell'Impero, gerarchica, e quella statuale, paritaria.
L'altra parola chiave è "democrazia", che al potere russo sembra incongrua e propagandistica, e che invece ha per gli europei un significato reale, esistenziale. Infatti, davanti alla bulimia dell'Impero russo nessuno degli Stati europei può sentirsi al sicuro - e non a caso la Nato sta accogliendo nuovi membri. E poiché l'Europa si riconosce nella forma politica democratica, è naturale che la guerra venga percepita anche come una minaccia per la democrazia, e che l'aiuto economico e militare all'Ucraina - impegnata in una guerra giusta di autodifesa - appaia un impegno primario, anche per l'Europa stessa.
Un aiuto che si è fatto più intenso per la spinta della Nato, a trazione anglo-americana. Usa e Uk, infatti, in virtù della loro collocazione geografica e delle loro tradizioni politiche, sono molto preoccupate anche dello sfondo generale della sciagurata impresa russa: che è un tentativo di rovesciare o ridurre il peso globale dell'Occidente, un assalto al potere mondiale, uno sforzo di contrapporre alla comunità euro-atlantica e alla sua (relativa) egemonia un blocco eurasiatico russo-cinese - posto che la Cina voglia davvero seguire Putin fino in fondo. In quest'ottica, l'invasione dell'Ucraina è il primo passo per la ridefinizione dei rapporti di potere geopolitici e geoeconomici.
Ecco allora perché dagli Usa e dalla Gran Bretagna è spesso pronunciata la parola "vittoria" - specularmente alla retorica russa. Qualunque cosa voglia dire - il ritiro militare di Putin, il default, il cambio di regime - in realtà il suo significato sta nel fatto che la questione ucraina non riguarda la loro sicurezza immediata ma l'equilibrio globale.
E come la Russia vuole la vittoria per dimostrare la propria potenza dopo la fase dell'umiliazione, così gli Usa, dopo l'Afghanistan, vogliono dimostrare a sé stessi e al mondo (Cina in primis) che lo spettro del loro declino è fugato. Puntare allo sfiancamento militare ed economico di Putin significa per gli Usa rendere impossibile una schiacciante vittoria militare russa che peserebbe troppo al tavolo delle trattative (o a quel tavolo informale che sarebbe un "cessate il fuoco" seguito dallo status quo guadagnato in battaglia, sul modello siriano). Insomma, più passa il tempo più Putin si indebolisce e, se non perde la guerra, certo avrà meno carte da giocare quando questa si esaurirà.
La parola "pace" è per il momento tragicamente fuori luogo: questo conflitto, oltre a cambiare la faccia geopolitica del globo, lascerà un duraturo clima di ostilità.
Eppure, al di là delle incomprensioni di cui si nutre la guerra, non è ancora stata raggiunta la dimensione nichilistica del conflitto assoluto, lo scontro cieco, a oltranza. Pur nella paurosa escalation materiale e verbale, di armamenti e minacce, di sanzioni e ritorsioni, questa guerra è tuttora pervasa di politica, o almeno di calcolo; è una sanguinosa partita a scacchi di cui i contendenti pretendono di avere sotto controllo le dinamiche, in cui ogni mossa ostile è anche un messaggio da decifrare.
Ciò che ciascuno chiede all'altro - mentre sul campo si muore - è un cedimento, non una capitolazione totale; ciò a cui si mira è un compromesso, raggiunto purtroppo attraverso morte, distruzione, impoverimento, dopo che ciascuno avrà messo alla prova le forze dell'altro. Un calcolo spericolato, sempre esposto al rischio che l'inflessibilità si trasformi in cecità, che l'innalzamento del livello dello scontro generi una escalation incontrollata che precipiti il mondo nell'abisso.
Mai come ora, quindi, l'auspicio è che la parola non sia solo alle armi: e che sia una parola di fermezza e insieme di ragionevole e condivisa responsabilità.