Lavoro, perché serve un nuovo patto sociale
di Roberto Mania , di Roberto ManiaLa grave situazione economica impone un nuovo patto sociale in Italia. Lo sa il governo (che l'ha proposto per primo), lo sa la Confindustria, lo sanno i sindacati e anche i partiti della larga maggioranza di unità nazionale. Serve un impegno di tutti - non solo a parole e non solo nel giorno della festa del lavoro - per non precipitare senza salvagente nella stagflazione, il mix micidiale nel quale non c'è crescita dell'economia mentre galoppano i prezzi che falcidiano il potere d'acquisto delle retribuzioni.
L'economia italiana si è già fermata nel primo trimestre di quest'anno (-0,2 per cento la dinamica del Pil) e l'inflazione si &egr…
La grave situazione economica impone un nuovo patto sociale in Italia. Lo sa il governo (che l'ha proposto per primo), lo sa la Confindustria, lo sanno i sindacati e anche i partiti della larga maggioranza di unità nazionale. Serve un impegno di tutti - non solo a parole e non solo nel giorno della festa del lavoro - per non precipitare senza salvagente nella stagflazione, il mix micidiale nel quale non c'è crescita dell'economia mentre galoppano i prezzi che falcidiano il potere d'acquisto delle retribuzioni.
L'economia italiana si è già fermata nel primo trimestre di quest'anno (-0,2 per cento la dinamica del Pil) e l'inflazione si è già mangiata circa cinque punti percentuali della capacità di spesa degli stipendi. La guerra e l'incertezza sulla sua durata generano una prospettiva nerissima, senza precedenti. E affidare esclusivamente alla politica monetaria della Bce, per quanto cauta ed accorta, la lotta all'inflazione può solo peggiorare questo scenario. Bisogna essere realisti e muoversi prima che sia troppo tardi.
Un patto, dunque, per governare l'emergenza ma anche per aggiornare, all'interno di una logica di politica dei redditi, un modello contrattuale che oggi mostra tutti i suoi limiti certificati dai dati dell'Ocse: negli ultimi trent'anni solo in Italia le retribuzioni medie lorde annue sono diminuite in termini reali del 2,9 per cento, mentre in Francia sono aumentate del 31,1 per cento e in Germania del 33,7 per cento.
Di fronte a questi numeri non ha nulla di scandaloso la proposta del ministro del Lavoro, Andrea Orlando, di introdurre nel nostro Paese una sorta di salario minimo, perché all'emergenza lavoro si affianca da tempo - come si è visto - la questione salariale legata non solo alla precarietà dell'occupazione. Il progetto non comprime l'autonomia delle parti sociali perché riconosce (al di là degli aspetti tecnici niente affatto secondari in termini di costo per le imprese) ai minimi stabiliti dai contratti collettivi la funzione di retribuzione di riferimento, e punta a spazzare via, con una norma sulla rappresentatività di sindacati e associazioni imprenditoriali, la selva di "contratti pirata" che inquina le relazioni tra le parti con paghe da fame, ignorando diritti e tutele di base.
Tuttavia non basta il salario minimo per un patto sociale. In altri momenti drammatici (si pensi ai primi anni Novanta del secolo scorso) proprio il protagonismo degli attori economici e la relativa assunzione di responsabilità, con l'alleanza dei governi (Amato e Ciampi) e la non belligeranza della politica (già colpita da Tangentopoli), ha impedito disgregazioni e improduttivi conflitti sociali.
Siamo in un contesto non diverso. Al governo del supertecnico Mario Draghi spetta il compito di favorire con convinzione il dialogo mettendo sul tavolo la disponibilità a tagliare in maniera consistente (la Confindustria chiede 16 miliardi di euro) il cosiddetto cuneo fiscale per accrescere le retribuzioni nette e abbassare il costo del lavoro. Risorse necessarie innanzitutto per sostenere il potere d'acquisto dei salari e aiutare la competitività delle imprese italiane sui mercati in questa delicata fase di embrionale globalizzazione selettiva che potrebbe riservare anche sorprese positive al nostro modello di capitalismo di piccola e media stazza fortemente flessibile.
Al sistema delle aziende va chiesto - come ha già fatto responsabilmente durante la fase più acuta della pandemia - di salvaguardare i livelli occupazionali e garantire il lavoro stabile agendo sui sostegni che il governo sembra disponibile a riproporre.
I sindacati sanno bene che questa volta, per l'inedito contesto complessivo, non possono aprire una stagione di scontro sui rinnovi contrattuali. Ma dentro una rilanciata logica di politica dei redditi, capace di contenere anche il caro-bollette, si possono ottenere risultati importanti come dimostra l'esperienza passata. Di certo la ripresa della concertazione darebbe loro di nuovo un ruolo politico di parziale supplenza della politica.
Infine i partiti. Questa volta non faranno un totale passo indietro. L'idea del patto sociale è diventata patrimonio sostanzialmente comune. Il Pd si è intestato la questione salariale nel tentativo di ricucire in particolare con la Cgil di Maurizio Landini, tentata da una prospettiva movimentista. Il taglio al cuneo fiscale è questione largamente condivisa, a destra, al centro e a sinistra. Il patto, quindi, potrebbe dare libertà di azione a tutti in vista delle prossime elezioni legislative. Ciascuno potrà trovare lì la bandiera da sventolare e, nello stesso tempo, prendere le distanze da altri temi senza vincoli di fedeltà. Un patto a "geometrie variabili". Un vantaggio per il Paese.