Il lavoro e il valore della vita
di Marco Bentivogli , di Marco BentivogliAnche quest'anno è partito col piede sbagliato. Cerchiamo di leggere con attenzione i dati e di distinguere gli infortuni legati al Covid (con il primo decreto del 17 marzo 2020, il Covid è infortunio sul lavoro per alcune categorie in cui vi è presunzione di infortunio o se avvenuto in "occasione di lavoro"). Ma, al netto di tutto ciò, sono in aumento le denunce di infortunio del 50% rispetto ai primi tre mesi del 2021. Le comunicazioni di "incidenti" arrivate all'Inail tra gennaio e marzo sono state 194.106 contro le 128.671 del primo trimestre del 2021 e le 130.905 di gennaio-marzo 2020. Quelli con esito mortale sono stati 189, 4 in più rispetto ai 185 del primo trimestre del 2021 e 23 in più rispetto ai 166 dello stesso periodo del 2020.
L'incremento dei casi mortali rispetto allo scorso anno riguarda quelli "in itinere" ovvero durante il tragitto casa-lavoro, passati da 31 a 51, mentre quelli avv…
Anche quest'anno è partito col piede sbagliato. Cerchiamo di leggere con attenzione i dati e di distinguere gli infortuni legati al Covid (con il primo decreto del 17 marzo 2020, il Covid è infortunio sul lavoro per alcune categorie in cui vi è presunzione di infortunio o se avvenuto in "occasione di lavoro"). Ma, al netto di tutto ciò, sono in aumento le denunce di infortunio del 50% rispetto ai primi tre mesi del 2021. Le comunicazioni di "incidenti" arrivate all'Inail tra gennaio e marzo sono state 194.106 contro le 128.671 del primo trimestre del 2021 e le 130.905 di gennaio-marzo 2020. Quelli con esito mortale sono stati 189, 4 in più rispetto ai 185 del primo trimestre del 2021 e 23 in più rispetto ai 166 dello stesso periodo del 2020.
L'incremento dei casi mortali rispetto allo scorso anno riguarda quelli "in itinere" ovvero durante il tragitto casa-lavoro, passati da 31 a 51, mentre quelli avvenuti in occasione di lavoro sono scesi da 154 a 138. L'aumento, invece, sul lavoro ha riguardato in particolare i magazzini e la logistica (+166,9%), le donne e i giovani sotto i 40 anni. Gli infortuni non letali crescono quasi ovunque.
Per correttezza, non tutti i lavoratori hanno copertura assicurativa Inail e il nostro Paese ha un record di lavoro nero e irregolare, constatazioni che sottostimano, nelle statistiche, il numero delle persone che si fanno male, muoiono o si ammalano sul lavoro. A volte fornire dati infondati serve proprio a distrarre dalle nostre responsabilità, che sulla sicurezza sono diffuse.
Secondo le serie storiche dell'Inail, nel 1960 avevamo 10 morti al giorno, tra il 1971 e il 1980 (quarant'anni fa) sono stati registrati in media 2.976 decessi sul lavoro all'anno (8,1 al giorno), mentre tra il 1981 e il 1990 (trent'anni fa) il dato era di 2.082 (5,7 al giorno). Tra il 2011 e il 2020 sono stati denunciati in media 1.283 infortuni con esito mortale all'anno (3,5 al giorno). Il numero ha continuato a calare anche nel decennio 1991-2000, raggiungendo una media di 1.500 decessi annuali (4,1 al giorno) per poi arrivare a 1.311 tra il 2001 e il 2010 (3,6 al giorno) e, come detto, a 1.283 nel periodo 2011-2020. Secondo l'Inail, eccetto i morti dovuti al Covid, non si muore più di 30 anni fa.
Ma è inaccettabile anche un solo morto. E la dimensione del dramma si recupera quando non ci si dimentica di fare i conti con le vite, se dietro i numeri si guardano le storie delle persone, come nelle 100 storie di Morire di lavoro di Marco Patucchi edito da la Repubblica di cui consiglio la lettura. In quindici anni una città media italiana è sparita per le morti bianche. Dove l'aggettivo "bianco" non può significare l'assenza di un responsabile.
Il tema vero è che, nonostante due interventi legislativi robusti come la 626/96 e la 81/2008, da 30 anni non riusciamo ad abbassare questi dati come si fece negli anni '70 e poi '90. Numeri che ci fan capire che buone leggi e indignazione non bastano.
Il guaio è non imparare dalle nostre esperienze migliori: in alcune aziende siderurgiche (storicamente tra i settori ad alta rischiosità) da anni nei contratti vi è la pratica dei "quasi infortuni" (Near Miss) che consente di analizzare tutti i casi in cui, magari per un soffio, si è scongiurato il farsi male con il lavoro e ci si ferma ad analizzare le cause e a costruire "break formativi" per prevenire che possa accadere nuovamente. Pratica che ha ridotto drasticamente gli infortuni e in molti casi a livello aziendale si è centrato l'obiettivo di "zero infortuni".
Ma la strada per una presa di coscienza comune è lontana. Ed è qualcosa di più dall'immaginare la sicurezza come un "adempimento burocratico" in cui si confonde la costruzione di un ambiente di lavoro stabilmente salutare e sicuro con la compilazione di una montagna di carte su cui cimentare qualche consulente esterno.
La cultura della sicurezza nel lavoro e in ogni ambito della vita si costruisce su una rete di responsabilità condivise. Chiarendo ruoli e rafforzando l'attività ispettiva che anche con le ultime assunzioni ha bisogno di competenze e interoperabilità dei dati. L'insicurezza, oltre che un crimine, è il primo fondamento della fragilità aziendale, mentre è proprio il lavoro ben fatto con gli altri a proteggere la vita.
"Il lavoro è uno strumento di affermazione delle persone, non un gioco d'azzardo potenzialmente letale", parole del presidente Mattarella che meritano un salto di qualità per portare a zero i morti sul lavoro. È il valore della vita da custodire più di ogni cosa e per questo non bastano leggi e protocolli, serve una dimensione d'impresa e del lavoro in cui, come ha ricordato don Bruno Bignami della Cei, la vera ricchezza da tutelare siano le persone. E chi non lo capisce ancora, aggiungo io, non può farla franca.