La guerra divide famiglie e amici
di Luigi Manconi , di Luigi ManconiUn collega docente universitario e pressoché coetaneo mi racconta: con mio figlio abbiamo affrontato e valorosamente superato lacerazioni acute come la sua curiosità per le sostanze stupefacenti e l'attrazione per la lotta armata, l'adesione temporanea a una religione new age e anche una sua idea di decrescita felice tutta personale, con la sostanziale rinuncia a qualsiasi attività lavorativa. Ne siamo usciti, dopo decenni, malconci ma incolumi, con grande affetto e pensieri neanche troppo diversi. E ora caschiamo rovinosamente sull'Ucraina: lui mi considera grossomodo un guerrafondaio e io lo ritengo una specie di imbelle neutralista.
Un amico mi descrive una situazione non troppo dissimile tra lui e la suocera, a conferma di una sensazione diffusa. Che si vada tracciando, cioè, una linea sottile, e sottilmente crudele, che divide comunità di affetti e famiglie politiche, esperienze condivise e culture comuni, affinità consolidate…
Un collega docente universitario e pressoché coetaneo mi racconta: con mio figlio abbiamo affrontato e valorosamente superato lacerazioni acute come la sua curiosità per le sostanze stupefacenti e l'attrazione per la lotta armata, l'adesione temporanea a una religione new age e anche una sua idea di decrescita felice tutta personale, con la sostanziale rinuncia a qualsiasi attività lavorativa. Ne siamo usciti, dopo decenni, malconci ma incolumi, con grande affetto e pensieri neanche troppo diversi. E ora caschiamo rovinosamente sull'Ucraina: lui mi considera grossomodo un guerrafondaio e io lo ritengo una specie di imbelle neutralista.
Un amico mi descrive una situazione non troppo dissimile tra lui e la suocera, a conferma di una sensazione diffusa. Che si vada tracciando, cioè, una linea sottile, e sottilmente crudele, che divide comunità di affetti e famiglie politiche, esperienze condivise e culture comuni, affinità consolidate e storie collettive, lungo fasce irregolari definite in termini generazionali, sociali o ideologici. Dicevo: linee crudeli perché anche quando il dissenso si consuma nel silenzio è come se la rottura fosse irreparabile e mai facile a dirsi.
Il fatto è che la posta in gioco è cruciale e finisce col mettere in discussione la nostra stessa identità individuale; e proprio perché essa ruota intorno a dilemmi come: quanto vale la libertà della persona? C'è qualcosa per cui è giusto rischiare la vita? Possiamo vivere nella paura dell'Apocalisse senza per questo capitolare di fronte alla sopraffazione? Può sembrare solo retorica, ma nella realtà delle vite quotidiane ciò si traduce in tensioni e scissioni tra amici già carissimi, antichi sodali, genitori e figli, coniugi finora indissolubili.
È successo tutto, o quasi, nel corso degli ultimi tre anni. Il Covid, prima, e la guerra, oggi, stanno nevrotizzando le nostre relazioni quotidiane, quelle domestiche e amicali, e stanno mettendo in crisi comunanze, anche spirituali, che sembravano infrangibili.
Insomma, una polverizzazione della conflittualità intestina e un acutizzarsi della suscettibilità sentimentale, di cui offrono testimonianza, oltre che la nostra esperienza quotidiana, i Servizi psichiatrici di diagnosi e cura e le Società degli psicologi, degli psicoanalisti e degli psichiatri.
A ciò corrisponde la rottura di tante solidarietà e condivisioni, ma ancor più il diffondersi del sospetto reciproco, in quanto - di fronte a test che ci appaiono determinanti - l'affidabilità di ciascuno di noi è messa a dura prova. Va detto che ciò che si verifica nella vita sociale e nelle dinamiche interpersonali corrisponde a profondi mutamenti in atto nelle opinioni pubbliche e nelle mentalità collettive.
Da quando è stata proclamata l'obsolescenza della frattura tra destra e sinistra è passato abbastanza tempo da consentire a un analogo discrimine di riproporsi con altrettanta radicalità. È quello che divide quanti sono consapevoli di vivere in una "società del rischio" (Ulrich Beck), e ne affrontano le conseguenze, e quanti ritengono, invece, che le proprie strategie di vita debbano indirizzarsi, tutte, verso opzioni che limitino al minimo il suo dispiegarsi.
Il nuovo spartiacque, non meno profondo e ancora più frastagliato, corre lungo il corpo sociale e attraversa il senso comune e il sistema di rapporti affettivi, seguendo linee di divisione imprevedibili.
Prima la pandemia, che ha imposto temi come quelli legati al binomio vita/morte, rimossi per decenni, e oggi il conflitto bellico determinano inedite linee di rottura che si sovrappongono, scombinandola, a quella destra/sinistra, che pure riacquista una sua vitalità.
Si tratta di un cambiamento psicologico e culturale maturato nel tempo e che ora la guerra disvela. Il tema della fornitura delle armi all'Ucraina ha costituito la cartina di tornasole di quei mutamenti, fino ad allora sommersi e oggi venuti violentemente alla luce.
Si può dire, insomma, che la guerra in Ucraina, in meno di tre mesi, ha creato inimicizie tante quante ne ha diffuse la pandemia. L'addizionarsi dei due fenomeni ha prodotto quella situazione post-traumatica che ha determinato una condizione di "relazioni sociali accelerate" (ancora Beck). E, in un caso come nell'altro, il cuore della controversia - emotiva e allo stesso tempo ideologica - riguarda questioni fondative della costituzione del soggetto.
Non esagero. In una forma spesso inconscia, dietro i conflitti più aspri, si celano interrogativi che il cittadino delle democrazie occidentali ha potuto rimuovere ormai da quasi ottant'anni. In particolare, due dilemmi, l'uno strettamente correlato all'altro, che la guerra non consente di eludere. Sono disposto a mettere a repentaglio la mia vita per salvare la mia libertà? Siamo disposti a rischiare ciò che comunemente intendiamo come "terza guerra mondiale" per salvare la libertà dei popoli? Ovvero, in estrema sintesi, l'ipotesi che, in determinate circostanze, solo correndo un rischio si può disinnescare la bomba.
Va riconosciuto che è piuttosto diffusa, nutrita anche di valori nobili e fondata su enunciati pure di sinistra, una posizione assai ampia, tendenzialmente maggioritaria, incline a rispondere con un rotondo No a entrambe le domande. Personalmente tendo a rispondere con un sommesso Sì. Sono preso da una sorta di "estremismo senile"? In ogni caso, forse non è inutile discuterne.