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L'Europa e la guerra in Ucraina: la Germania persa nella terra di nessuno

Il Cancelliere Olaf Scholz non è mai stato a Mosca né a Kiev dall'inizio del conflitto. Sembra in balia degli eventi, incapace di prendere iniziative o di disegnare una traiettoria per Berlino e per Bruxelles. Per l'Unione europea è difficile immaginare un momento peggiore per restare orfana della leadership tedesca
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Emmanuel Macron è tornato alla carica: dopo le elezioni che lo hanno riconfermato all'Eliseo, il presidente francese ha alzato il telefono per una nuova offensiva diplomatica con Vladimir Putin e sta programmando un viaggio a Mosca con il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Per Parigi è un modo per distinguersi dalle iniziative del Regno Unito e di un premier come Boris Johnson, appiattito sulla linea arrembante degli Stati Uniti.

La Francia sta tentando ragionevolmente di garantire all'Europa uno spazio diplomatico autonomo, nel complicato quadro della guerra in Ucraina. Per non perdere l'esilissimo filo di dialogo con Putin, per contenere i rischi di un allargamento d…

Emmanuel Macron è tornato alla carica: dopo le elezioni che lo hanno riconfermato all'Eliseo, il presidente francese ha alzato il telefono per una nuova offensiva diplomatica con Vladimir Putin e sta programmando un viaggio a Mosca con il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Per Parigi è un modo per distinguersi dalle iniziative del Regno Unito e di un premier come Boris Johnson, appiattito sulla linea arrembante degli Stati Uniti.

La Francia sta tentando ragionevolmente di garantire all'Europa uno spazio diplomatico autonomo, nel complicato quadro della guerra in Ucraina. Per non perdere l'esilissimo filo di dialogo con Putin, per contenere i rischi di un allargamento della guerra al Vecchio continente, ma anche per ricordare a Washington e Londra che le conseguenze più devastanti delle sanzioni alla Russia ricadranno anzitutto sull'Europa. A cominciare da quelle del sesto pacchetto di sanzioni in procinto di essere adottato a Bruxelles che contiene un costoso embargo contro il petrolio di Mosca.

Ma la domanda che ci si pone in questa fase dolorosa, destinata a ridefinire gli equilibri in Europa è: che fine ha fatto la Germania? Scholz non è mai stato a Mosca dall'inizio del conflitto, né a Kiev. Continua a fluttuare in una terra di nessuno, apparentemente incapace di prendere iniziative o di disegnare una traiettoria per la Germania e per l'Europa. Sballottolato tra l'iperattivismo di Macron, le pressioni degli Stati Uniti, la ferocia di Mosca e una micidiale impasse diplomatica con l'Ucraina, il cancelliere socialdemocratico sembra in balia degli eventi.

Nei sondaggi in Germania è crollato al 39%, il risultato più basso da quando è stato nominato a capo del governo "arcobaleno". Neanche i tedeschi sembrano fidarsi più di Scholz-O-Mat, il robotico ma solido leader socialdemocratico che ancora a settembre sembrava l'erede perfetto di Angela Merkel. E l'ultimo caos diplomatico sull'Ucraina risale appena a qualche ora fa.

Lunedì 2 maggio Scholz ha spiegato a milioni di telespettatori tedeschi che non sarebbe andato a trovare Volodymyr Zelensky per l'affronto subito nelle scorse settimane dal presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, che gli ucraini non hanno voluto ricevere a Kiev. Soltanto qualche ora dopo, però, il capo dell'opposizione tedesca, il conservatore Friedrich Merz, è stato accolto a Kiev con gli onori di un capo di Stato. Uno schiaffo al cancelliere. E non solo da parte di Merz.

I rapporti tra Berlino e Kiev sono ai minimi: Zelensky non ha fatto che incalzare Scholz per due mesi sull'embargo energetico e l'invio di armi pesanti. E i motivi dell'afasia di Scholz non sembrano soltanto economici. O storici. Certo, pesa la dipendenza enorme dalle fonti fossili russe: il 55% di gas e il 35% dal petrolio della prima industria manifatturiera d'Europa vengono da Mosca. Dall'inizio della guerra, però, il primo è stato tagliato al 35%, il secondo al 13%. E il ministro dell'Economia Habeck ha incontrato americani, canadesi, qatarini, polacchi e norvegesi per cercare fonti alternative. Insomma, il nodo energetico non è irrisolvibile.

Poi c'è il peso della storia e il dialogo obbligato con la Russia, e non solo per la lezione di Bismarck. C'è il "mai più" proclamato alla fine della Seconda guerra mondiale, dopo la Shoah ma anche i milioni di russi trucidati dalla Wehrmacht. E, dalla fine degli anni Sessanta, la Ostpolitik di Willy Brandt imposta da una Germania spaccata a metà dalla Cortina di ferro, che servì a rinvigorire il rapporto con Mosca. Soprattutto nella Spd.

Elementi che hanno pesato sul dibattito dell'invio di armi all'Ucraina e sulle titubanze del socialdemocratico Scholz, insieme a una vecchia legge degli anni Settanta che impedisce alla Germania di rifornire Paesi in guerra. Ma l'afasia del cancelliere comincia a essere un problema serio, e non solo in Germania. Per l'Europa è difficile immaginare un momento peggiore per restare orfani della leadership tedesca.