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Lavoro, serve il salario minimo

Per un nuovo patto sociale ci vogliono strumenti nuovi
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Si affaccia lo spettro della stagflazione, il coesistere di un aumento dei prezzi protratto nel tempo e di una recessione, e sono in molti a invocare un nuovo patto sociale come quello che ci portò nell'Euro. Quel patto, il Protocollo Ciampi del luglio 1993, coinvolgeva Confindustria, sindacati, governo e, di fatto, la Banca d'Italia. Seguiva di un anno l'accordo che aveva portato al superamento della Scala mobile. Il governo guidato dall'ex governatore di Bankitalia si impegnava a far convergere l'inflazione al livello dei Paesi europei "virtuosi", e i sindacati ad evitare una pericolosa rincorsa fra prezzi salari che avrebbe fatto male a tutti, contenendo gli aumenti delle retribuzioni nell'ambito del cosiddetto "tasso di inflazione programmata".

Si affaccia lo spettro della stagflazione, il coesistere di un aumento dei prezzi protratto nel tempo e di una recessione, e sono in molti a invocare un nuovo patto sociale come quello che ci portò nell'Euro. Quel patto, il Protocollo Ciampi del luglio 1993, coinvolgeva Confindustria, sindacati, governo e, di fatto, la Banca d'Italia. Seguiva di un anno l'accordo che aveva portato al superamento della Scala mobile. Il governo guidato dall'ex governatore di Bankitalia si impegnava a far convergere l'inflazione al livello dei Paesi europei "virtuosi", e i sindacati ad evitare una pericolosa rincorsa fra prezzi salari che avrebbe fatto male a tutti, contenendo gli aumenti delle retribuzioni nell'ambito del cosiddetto "tasso di inflazione programmata".

Ci sono però due differenze importanti rispetto a quel periodo. La prima è che, al contrario di quel periodo, la politica monetaria non è più decisa in via Nazionale, ma a Francoforte. La seconda differenza è più importante: le relazioni industriali si sono fortemente deteriorate negli ultimi 30 anni. Sindacati confederali e Confindustria, le due anime degli accordi del luglio 1992 e 1993, sono sempre meno rappresentative del mondo del lavoro e non gestiscono più la contrattazione collettiva per una larga parte della forza lavoro.

Ci sono quasi mille contratti nazionali che si sovrappongono tra di loro stabilendo minimi salariali diversi per lo stesso insieme di lavoratori. Un caos che impedisce ai lavoratori di sapere a quale compenso minimo hanno diritto e ai giudici quale è il salario equo da far valere in caso di contenzioso. Inoltre molti lavoratori sfuggono completamente alle maglie della contrattazione collettiva (e due terzi dei lavoratori dipendenti hanno il proprio contratto scaduto).

Insomma, oltre al problema del potere d'acquisto dei lavoratori c'è un problema di potere del sindacato e delle associazioni di categoria, ed è difficile capire chi potrebbe prendere impegni in termini di politiche salariali e incrementi di produttività compatibili con un dato obiettivo di inflazione.

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Per un nuovo patto sociale ci vogliono perciò strumenti nuovi. In primo luogo sarà inevitabile utilizzare molto di più la politica fiscale. Servirà per contenere gli effetti dell'aumento dei costi dell'energia sui redditi dei ceti meno abbienti come sta già cominciando a fare il governo col decreto varato due giorni fa. L'utilizzo della leva fiscale è anche legittimato dal fatto che l'aumento dei prezzi è in parte significativa causato da strozzature d'offerta, su cui la politica monetaria può fare ben poco.

Ma i cambiamenti più necessari riguardano le relazioni industriali. Sindacato e Confindustria avrebbero tutto l'interesse a porre ordine nel caos della contrattazione collettiva perché questo lascia moltissimi lavoratori senza protezione e crea condizioni diverse tra imprese simili. Sarebbe fondamentale che si accordassero per norme sulla rappresentanza, che stabiliscano quali sono i contratti di riferimento per le diverse categorie di lavoratori.

Avrebbero anche tutto l'interesse a far introdurre per legge un salario minimo, da applicare anche alle tantissime imprese non coperte dai contratti collettivi, che inevitabilmente continueranno ad esistere. È quanto avvenuto in Germania, dove il sindacato inizialmente ostile al salario minimo si è ravveduto capendo che soprattutto nei servizi non riusciva più a imporre minimi salariali senza l'intervento dello Stato. Se propriamente fissato sulla base delle indicazioni di una Commissione apposita, il salario minimo permetterebbe anche alle imprese di contrastare chi fa concorrenza imponendo salari da fame.

Porre ordine nel sistema di relazioni industriali significa anche rilanciare la contrattazione a livello aziendale. È il livello al quale è possibile realizzare quanto promesso ai propri iscritti. Il sindacato si è impegnato a far aumentare i salari senza creare inflazione. Confindustria vuole abbassare le tasse sul lavoro senza creare disavanzi di bilancio.

È interessante notare che sono richieste formulate al governo anziché alla propria controparte negoziale: sembra di tornare agli anni '70 in cui il salario veniva considerato una "variabile indipendente" che ogni governo poteva fissare in tutta libertà per poi magari ricorrere a svalutazioni competitive, oggi non più alla nostra portata essendo in una unione monetaria.

In realtà, l'unico modo per realizzare gli obiettivi del sindacato e dei datori di lavoro è legare salari e produttività impresa per impresa, perché sarebbero aumenti salariali collegati ad un aumento dell'offerta di beni e servizi e delle entrate fiscali. Tra l'altro gli aumenti di produttività ottenuti nella contrattazione sono già in gran parte detassati. Sarebbe utile quindi che chi oggi chiede tutto e il contrario di tutto cominci dall'interrogarsi su cosa può fare per migliorare le condizioni del nostro mercato del lavoro cambiando ciò che ha la facoltà di modificare.