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Il Metaverso e i limiti del cyberlavoro

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Come si può far davvero interagire la vita reale con quella virtuale senza perdersi per strada pezzi interi di esistenza, compresa la nostra stessa identità?
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Il Metaverso è quella realtà parallela su cui stanno pian piano approdando banche, marchi, aziende e squadre di calcio e che, a quanto pare, sta pure iniziando a produrre possibilità concrete di lavoro. Salito alla ribalta con l'annuncio di Facebook di avviare un progetto con questo nome, il Metaverso potrebbe essere definito come un insieme di spazi virtuali attraversati da avatar, una versione di Second Life rivista e corretta che starebbe appassionando la generazione Z.

I nativi digitali, infatti, sarebbero pronti già da tempo a lasciarsi alle spalle il vecchio mondo e a tuffarsi in un universo fatto di realtà aumentata e intelligenza artificiale, uno spazio di possibili (cui mancherebbe solo l'esistenza) pieno di la…

Il Metaverso è quella realtà parallela su cui stanno pian piano approdando banche, marchi, aziende e squadre di calcio e che, a quanto pare, sta pure iniziando a produrre possibilità concrete di lavoro. Salito alla ribalta con l'annuncio di Facebook di avviare un progetto con questo nome, il Metaverso potrebbe essere definito come un insieme di spazi virtuali attraversati da avatar, una versione di Second Life rivista e corretta che starebbe appassionando la generazione Z.

I nativi digitali, infatti, sarebbero pronti già da tempo a lasciarsi alle spalle il vecchio mondo e a tuffarsi in un universo fatto di realtà aumentata e intelligenza artificiale, uno spazio di possibili (cui mancherebbe solo l'esistenza) pieno di lavori interessanti e ben retribuiti per designer e sviluppatori capaci di immaginare nuovi ambienti tridimensionali al servizio della moda, del cibo, dell'arte, dello sport, dell'istruzione e del turismo. Tanto lavoro, quindi. Ma anche molta poca realtà fatta di corpi e luoghi fisici, di carezze e di abbracci veri.

Gli esperti spiegano che il Metaverso non è altro che l'attuazione inevitabile della convergenza digitale, un cyberspazio alimentato dalle reti della comunicazione, anche se poi pare che non abbia niente a che vedere con i social cui siamo ormai tutti abituati e che, durante la pandemia, hanno mostrato molti limiti: non essendo capaci di permettere vere interazioni - come invece avrebbe vocazione a fare il Metaverso - i social avrebbero aumentato il senso di solitudine e di impotenza di giovani e meno giovani. Ma come si può far davvero interagire la vita reale con la vita virtuale senza perdersi per strada pezzi interi di esistenza, compresa la nostra stessa identità?

I progressi tecnologici ci stanno costringendo a ripensare le categorie classiche del "reale" e del "virtuale" attraverso le quali, per secoli, si è pensato il mondo. Ormai, la separazione tra ciò che è reale e ciò che è virtuale sembrerebbe superata, non solo perché la tecnologia agisce sulla realtà modificandola (e rendendo reale ciò che fino a poco prima era solo virtuale), ma anche perché, nell'universo della Rete, il "virtuale" coincide spesso con il "reale".

Rispetto al web e ai social, però, la specificità del Metaverso sarebbe quella di rendere effettiva una convergenza tra realtà virtuale e realtà aumentata, in modo da permettete a chiunque vi approdi di restare seduto (o fermo in piedi) nonostante il movimento intrinseco alle esperienze che si fanno. Sebbene poi il cervello sarebbe costretto a muoversi contemporaneamente su più piani: quello fisico e "off line", in cui si resta statici, e quello virtuale e "on line", in cui ci si muove costantemente e ci si confronta con gli altri.

E anche se le interazioni sociali risulterebbero più forti e spontanee rispetto a quando ci si incontra solo online - che si tratti di una riunione di lavoro su Zoom, Meet o Teams oppure di Dad - gli altri che si incontrano non sarebbero mai persone in carne e ossa, ma sempre e solo avatar. Con il rischio che i più giovani, che già fanno fatica a capire il significato esatto del termine "responsabilità" - quando provo a spiegarlo ai miei studenti sono costretta a cercare esempi sempre nuovi e, talvolta, a scadere nel ridicolo: se mi avvicino a uno di voi e gli do uno schiaffo, poi me ne devo assumere la responsabilità, no? - non riescano più a rendersi conto di cosa voglia dire provare compassione per una persona che soffre oppure anche amore o rabbia.

Dall'immaterialità comunicativa alla corporeità meccanica il passo è breve. E anche se con il Metaverso si apre il campo infinito di nuovi lavori ben pagati, è spontaneo chiedersi per quale motivo la creatività e l'ingegno non vengano utilizzati per creare lavoro reale nel mondo reale, invece di metterli al servizio di una realtà aumentata e virtuale che produce senz'altro profitti reali, ma che lo fa a discapito di tutta quella serie di piccoli e grandi gesti e di piccole e grandi abitudini che fanno di noi esattamente le persone che siamo.

Certo, ogni avatar è un rappresentante della nostra identità. Ma è difficile immaginare come dare peso e spessore a questi rappresentanti identitari quando si fa già fatica a capire esattamente chi siamo e verso dove ci dirigiamo. Tanto più che la digitalizzazione dell'io, illudendoci di avere opportunità infinite, rischia di approfondire le nostre fratture identitarie senza aiutarci a comprendere che, talvolta, è proprio nel mondo reale e nelle sue possibilità limitate che ognuno di noi può esprimere al meglio le proprie potenzialità.