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Fare politica oltre i social: come reinventare la partecipazione

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Un tweet non basta. Servono spazi per il dibattito, luoghi di confronto dove le domande siano centrali rispetto all'urgenza delle risposte. E dove i cittadini siano interpellati nella costruzione di forze condivise. Dare spazio al pensiero è il modo migliore per difendersi da derive autoritarie
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La scorsa settimana un gruppo di rappresentanti della cultura, del giornalismo, della scienza, o più semplicemente della società civile, ha passato una giornata progettando la nascita di una Fondazione del Partito Democratico dal titolo Costituente. Una casa dove ospitare le riflessioni capaci di interpretare quella complessità sociale che è alla base delle forze progressiste.

Il pensiero che si possa dedicare tempo a "pensare politica", anziché "fare politica", sembra andare in controtendenza rispetto alle istanze di una società che pretende, giustamente, soluzioni immediate a una serie di problemi sempre più urgenti. Tuttavia, non dovrebbe sembrarci nemmeno cos&igrav…

La scorsa settimana un gruppo di rappresentanti della cultura, del giornalismo, della scienza, o più semplicemente della società civile, ha passato una giornata progettando la nascita di una Fondazione del Partito Democratico dal titolo Costituente. Una casa dove ospitare le riflessioni capaci di interpretare quella complessità sociale che è alla base delle forze progressiste.

Il pensiero che si possa dedicare tempo a "pensare politica", anziché "fare politica", sembra andare in controtendenza rispetto alle istanze di una società che pretende, giustamente, soluzioni immediate a una serie di problemi sempre più urgenti. Tuttavia, non dovrebbe sembrarci nemmeno così strano in una democrazia fondata con l'idea che dare spazio al pensiero sia il modo migliore per difendersi da derive autoritarie.

Peccato che, cessato quel pericolo insieme alla Guerra Fredda, il tempo dedicato alle riflessioni sia sempre più parso alla stessa politica come uno spreco, riducendo così un'area di dibattito fondamentale per interpretare la complessità della nostra società. Un'arma in più per le forze dell'antipolitica che hanno risposto alla grande fame di concretezza di un elettorato eterogeneo, ma rimasto privo di punti di orientamento, offrendo la certezza di risposte e di azione. Perfetta antitesi a un sistema che sembra in affanno nel trasformare il pensiero in soluzioni.

Soprattutto quello che i nostri padri costituenti non avevano previsto è stato l'avvento di strumenti che avrebbero cambiato radicalmente il rapporto tra la politica e i cittadini: la Rete ci ha abituati a soddisfare le nostre richieste in tempo reale, i social permettono di porre pubblicamente le questioni a chi abbiamo eletto e per essere un politico "vicino al popolo" serve un tweet al giorno.

Nel tentativo di dare risposte a questo bisogno, peraltro comprensibile e legittimo, di cambiamento, tutto l'agire politico è diventato imminente, immanente e totalizzante, ma se la politica da una parte ha il dovere di proporre soluzioni, dall'altra dovrebbe avere l'intelligenza di comprendere che la complessità non permette che queste siano sempre dirette ed immediate. Qualunque sfida - le politiche sociali, il lavoro, l'immigrazione, la sostenibilità, fino agli interrogativi posti dalla crisi ucraina - non può essere affrontata a compartimenti stagni, ma richiede un elaborato processo di condivisione del pensiero.

Introdurre questa consapevolezza nell'era in cui un post può decidere il destino di un governo non sembra facile. Bisogna recuperare quella cultura della partecipazione politica che prevede spazi per il dibattito, luoghi di confronto dove le domande sono centrali rispetto all'urgenza delle risposte. Spazi in cui le persone sono interpellate nella costruzione e nella co-creazione di forze condivise. E rendere i cittadini consapevoli che le risposte immediate calate dall'alto e persino le "democrazie dirette" li rendono soggetti passivi del tutto svuotati del proprio ruolo.

La sfida che dobbiamo porci va al di là delle necessità della sinistra italiana. La politica riuscirà a resistere alla tentazione del decisionismo? Alla facilità con cui può soddisfare le richieste del proprio elettorato dando risposte semplici e immediate? E, al contempo, sarà in grado di creare una cultura capace di nuovo di "pensare politica", formando una generazione di leader e di cittadini disposti ad accettare che, fin dai tempi di Socrate, le domande sono alla base del pensiero e le risposte alla base dell'azione? Un processo che richiede molti più caratteri di quelli contenuti in un tweet.

L'autore è direttore della Vittorio Dan Segre Foundation