Il "campo largo" di Enrico Letta sta diventando sempre più un campo allargato, ossia un Pd che si pone come baricentro politico e tende ad assorbire consensi ovunque riesce a intercettarli, senza fidarsi granché dei vecchi alleati in difficoltà. Non è un limite del segretario, bensì una sua virtù.
Complice la guerra in Ucraina, gli antichi schemi sono saltati e non da oggi. Esempio tipico: i 5S sono ormai due partiti che convivono a fatica, forse solo per una convenienza temporanea. La guerra ha scavato un solco profondo tra forze politiche che si pensavano simili, nonché all'interno delle stesse formazioni.
È chiaro che sono stati commessi errori, probabilmente anche a causa di un deficit culturale. C'è chi ha affrontato il tema drammatico di un conflitto in Europa con la superficialità e il tatticismo con cui si affronta qualche bega domestica. Invece si tratta del tipico terreno di scontro su …
Il "campo largo" di Enrico Letta sta diventando sempre più un campo allargato, ossia un Pd che si pone come baricentro politico e tende ad assorbire consensi ovunque riesce a intercettarli, senza fidarsi granché dei vecchi alleati in difficoltà. Non è un limite del segretario, bensì una sua virtù.
Complice la guerra in Ucraina, gli antichi schemi sono saltati e non da oggi. Esempio tipico: i 5S sono ormai due partiti che convivono a fatica, forse solo per una convenienza temporanea. La guerra ha scavato un solco profondo tra forze politiche che si pensavano simili, nonché all'interno delle stesse formazioni.
È chiaro che sono stati commessi errori, probabilmente anche a causa di un deficit culturale. C'è chi ha affrontato il tema drammatico di un conflitto in Europa con la superficialità e il tatticismo con cui si affronta qualche bega domestica. Invece si tratta del tipico terreno di scontro su cui una classe dirigente si forma o si distrugge.
Ecco allora che all'ombra di Draghi Enrico Letta prova a creare una leadership e di conseguenza una classe dirigente. Accanto a lui c'è qualche gruppo centrista ed europeista (+Europa, Calenda e pochi altri) e inoltre la corrente Di Maio dei 5S governativi, dunque seguaci del presidente del Consiglio.
All'esterno dell'accampamento, di fatto sempre più lontani, ci sono i "contiani" e l'arcipelago delle sinistre anti-americane e anti-atlantiche: non hanno molti voti, ma vantano una presenza assidua sul piano mediatico, tanto da sembrare più consistenti di quello che in realtà sono.
Come si capisce, tutto questo non fa un "campo largo" e convergente. Se ci si divide sulla guerra e le sue responsabilità, se si usa il tema come grimaldello quotidiano per indebolire l'esecutivo di cui si è parte, diventa arduo poi costruire una coalizione abbastanza credibile da vincere le elezioni generali. E non in un momento qualsiasi, bensì quando la coesione in politica estera e sul piano della sicurezza diventa un fattore cruciale nell'Europa in cerca d'identità.
Nell'intervista del 9 maggio al Corriere della Sera Letta ha dato l'impressione di considerare ormai Conte una figura minore sul viale del tramonto. S'intende, rimane il rispetto formale, non meno che la volontà di negoziare le candidature alle amministrative. Tuttavia a medio termine le posizioni critiche di Conte sull'alleanza occidentale non sembrano in grado di condizionare la linea del Pd.
Certo, anche Letta si dichiara desideroso di trovare la via della pace; anche lui vede un ruolo per l'Europa, se il vecchio continente saprà gestirsi. Ma al dunque la posizione del segretario è quasi sovrapponibile a quella di Draghi - che oggi (10 maggio) parte per Washington - ed è pressoché opposta a quella interpretata da Conte.
Ne deriva che il "campo largo", qualunque cosa voglia dire, sta prendendo la forma di una figura retorica, mentre il Pd, con i suoi alleati minori, si accinge a una corsa solitaria o quasi. L'attuale legge elettorale, ancorché "pessima" (parole di Letta), può consentire a una forza in buona salute di conquistare molti seggi nel maggioritario, offrendo un diritto di tribuna ai partner minori e schiacciando i riottosi con l'argomento del "voto utile". Quindi né Letta nel centrosinistra e nemmeno Giorgia Meloni nel campo avverso hanno davvero interesse a reintrodurre il proporzionale. Che infatti, dice il segretario del Pd, "non è una priorità dell'agenda". Qualcuno lo aveva capito già da tempo.