Le indagini della Dia coordinate dalle Dda di Roma e Reggio Calabria, che hanno portato all'arresto per associazione mafiosa e per altri delitti di 77 persone (per le quali vale naturalmente la presunzione d'innocenza fino alla sentenza definitiva), confermano molte delle conoscenze già acquisite sulla 'ndrangheta, ma offrono anche importanti elementi di novità.
Per la prima volta, infatti, viene accertata la presenza a Roma di una "locale", cioè di quella che è l'unità di base dell'associazione mafiosa calabrese, un fatto finora riscontrato, al di fuori della Calabria, solo nelle …
Le indagini della Dia coordinate dalle Dda di Roma e Reggio Calabria, che hanno portato all'arresto per associazione mafiosa e per altri delitti di 77 persone (per le quali vale naturalmente la presunzione d'innocenza fino alla sentenza definitiva), confermano molte delle conoscenze già acquisite sulla 'ndrangheta, ma offrono anche importanti elementi di novità.
Per la prima volta, infatti, viene accertata la presenza a Roma di una "locale", cioè di quella che è l'unità di base dell'associazione mafiosa calabrese, un fatto finora riscontrato, al di fuori della Calabria, solo nelle regioni del Nord Italia. Una ulteriore conferma, dunque, della capacità delle mafie di adattarsi sia alle specifiche situazioni locali, sia al trascorrere del tempo.
Da questa indagine risulta infatti che attorno a Vincenzo Alvaro, da oltre dieci anni trasferitosi a Roma da Cosoleto (un paese del reggino con meno di mille abitanti), dove aveva ricoperto ruoli di vertice nell'organizzazione, si era raccolto un gruppo di soggetti legati a note famiglie di 'ndrangheta.
Fino al 2015 il gruppo aveva operato, anche con metodi mafiosi, soprattutto riciclando ingentissime somme di denaro in attività commerciali, senza tuttavia mai fondare una "locale". Tale costituzione era stata poi autorizzata dall'organismo di vertice della 'ndrangheta (la Provincia o Crimine, secondo il loro linguaggio) nell'estate 2015, quando a Roma si era trasferito anche Antonio Carzo, pure originario di Cosoleto, al termine di una lunga detenzione per associazione mafiosa. La nuova "locale", retta in regime di diarchia da Alvaro e da Carzo, si è caratterizzata per lo stesso linguaggio, i rituali e le attività tipiche dell'organizzazione calabrese, nella quale era pienamente inserita.
Accanto a questo elemento di assoluta novità, l'indagine della Dia offre molte conferme. Come tutte le "locali" del Nord Italia, anche quella romana è strettamente collegata all'omologa struttura di Cosoleto, tanto da essere definita una sua "propaggine". È il risultato di tutte le indagini sulla 'ndrangheta, a partire dall'operazione Crimine/Infinito del luglio 2010 in poi: esiste un legame strettissimo tra gli insediamenti criminali fuori regione, e anche all'estero, e quelli calabresi, di cui viene riconosciuta la supremazia.
Tale legame conferma la struttura unitaria delle cosche calabresi e costituisce una delle ragioni della sua forza. Viene altresì confermato il ruolo della "Provincia" come organismo di vertice, che interviene - per quello che è stato finora accertato - non tanto nelle specifiche questioni operative, quanto in quelle attinenti la vita dell'associazione, come appunto il rispetto delle regole e l'autorizzazione a costituire una nuova "locale".
In Calabria la cosca si muove in modo tradizionale, mirando in primo luogo al controllo del territorio. A Roma, non è questo l'obiettivo degli 'ndranghetisti, che devono tenere conto delle caratteristiche della Capitale, a cominciare dalle sue dimensioni e dalla presenza di altre organizzazioni criminali. Il gruppo Alvaro-Carzo, di cui fanno parte anche personaggi romani (e pure questo contraddice opinioni tanto ricorrenti quanto infondate), commette reati tipici delle organizzazioni mafiose come estorsioni, traffico di stupefacenti, delitti in materia di armi, ma ha come obiettivo principale il reinvestimento di denaro in attività commerciali sempre più diversificate.
Dal tradizionale settore alimentare alle concessionarie di auto e perfino ai negozi di parrucchiere, il riciclaggio si realizza attraverso una miriade di prestanome e di società sostanzialmente fittizie, grazie - come al solito - alla complicità di soggetti formalmente estranei all'associazione, in questo caso commercialisti e dipendenti bancari, che mettono a disposizione dei mafiosi il loro know-how e le loro relazioni.
Ancora una volta è la realtà concreta a ricordarci che non ci sono categorie sociali o professionali immuni dal rischio del contagio mafioso e che ovunque esistono gli "insospettabili" disposti a mettersi al servizio delle cosche per agevolarle nell'obiettivo cui oggi soprattutto mirano: penetrare e inquinare l'economia legale.
Ma è meglio non farsi illusioni: anche se oggi le mafie rifuggono da stragi e omicidi per pura convenienza, sono sempre pronte a ricorrere alla violenza: "Siamo una carovana per fare la guerra", dice uno dei boss arrestati a Roma. E l'esperienza insegna che non sono solo parole.