Se si guarda la visita di Draghi a Washington in un'ottica politica interna, è lecito affermare che il presidente del Consiglio ha spiazzato il composito fronte dei suoi critici. Di coloro che in modo legittimo, s'intende, lo attendono al varco in Parlamento, il prossimo 19 maggio, per imputargli un eccesso di allineamento alle scelte dell'amministrazione americana. Le critiche e le accuse proseguiranno, visto che sono argomenti considerati utili a rastrellare qualche consenso, ma la realtà dei fatti dice altro.
Nelle dichiarazioni di ieri Draghi ha pronunciato parole piuttosto chiare: "Dobbiamo costruire la pace". Come dire che l'Italia guarda gi&a…
Se si guarda la visita di Draghi a Washington in un'ottica politica interna, è lecito affermare che il presidente del Consiglio ha spiazzato il composito fronte dei suoi critici. Di coloro che in modo legittimo, s'intende, lo attendono al varco in Parlamento, il prossimo 19 maggio, per imputargli un eccesso di allineamento alle scelte dell'amministrazione americana. Le critiche e le accuse proseguiranno, visto che sono argomenti considerati utili a rastrellare qualche consenso, ma la realtà dei fatti dice altro.
Nelle dichiarazioni di ieri Draghi ha pronunciato parole piuttosto chiare: "Dobbiamo costruire la pace". Come dire che l'Italia guarda già al momento in cui le armi si fermeranno, la Russia arretrerà ("non è più un Golia invincibile") e l'Europa sarà chiamata a ricostruire un paese semi-distrutto. Fin da subito si dovrà aiutare Kiev a collocare il suo grano sui mercati internazionali che ne hanno bisogno, riattivando un circuito economico che la guerra ha stroncato. Non si può dire che Draghi abbia ricalcato le tesi di Macron sulla necessità di raggiungere al più presto un accordo sulla "sicurezza europea" in cui comprendere anche la Russia, "senza umiliazioni o vendette". Il premier italiano ha seguito una sua linea, il cui fulcro consiste nell'aver tenuto insieme le due metà della mela: l'Unione europea e l'Alleanza atlantica. Non era scontato, come ha riconosciuto Biden. Si tratta di un'architettura politica che in questo momento solo Draghi, tra i leader europei, sembra in grado di realizzare.
Di conseguenza il premier torna da Washington come partner privilegiato e riconosciuto dell'amministrazione statunitense. È questo che gli dà la credibilità per delineare una futura pace: un percorso ancora nebuloso, i cui principali protagonisti, come è ovvio, dovranno essere le vittime dell'aggressione russa, cioè gli ucraini. Se Putin darà prima o poi qualche segnale positivo, l'Unione sarà in grado di raccoglierlo e l'Italia vigilerà affinché il sentiero si snodi senza fratture tra Europa e Stati Uniti. Ecco il senso della cornice euro-atlantica di cui Draghi oggi è il garante.
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Torniamo allora allo scenario domestico. Nei prossimi giorni, in attesa delle comunicazioni in Parlamento, si capirà cosa vogliono realmente le varie forze politiche. Da un lato, c'è l'ipotesi di lavorare per la pace da europei, ma nel quadro della lealtà atlantica. Dall'altro c'è un'idea della "pace" vista come resa ucraina alle pretese di Mosca. La discriminante non è mai stata chiara come adesso. Spingere l'Italia a interrompere gli aiuti militari a Kiev, come vorrebbero Salvini e Conte, significa abbracciare questo secondo punto di vista, in convergenza forse inconsapevole con la pressione mediatica che il governo russo sta esercitando sui paesi occidentali. Significa anche agire per separare l'Europa dagli Stati Uniti, il che costituisce un obiettivo politico in oggettiva sintonia con le tesi del ministro Lavrov: "dobbiamo mettere fine a un mondo guidato dagli Stati Uniti".
Si capisce allora che d'ora in poi i due modi di intendere la pace sono destinati a delineare, piaccia o no, il terreno del confronto politico anche in Italia. Di qui alle elezioni politiche del 2023 segneranno lo spartiacque per decidere chi avrà maggior titolo per governare. Come fu nell'Italia del 1948.