Come era prevedibile, lo scontro sulla politica estera si espande. Non è solo la questione ucraina, ossia la polemica sulle armi italiane a Kiev: ora irrompe un altro tema, persino più spinoso, vale a dire la prospettiva che il Parlamento italiano sia chiamato abbastanza presto a pronunciarsi sull'adesione di Svezia e Finlandia alla Nato. Sappiamo che i tempi non saranno lunghi: ancora ieri Helsinki ha sollecitato una procedura di adesione accelerata e Stoccolma non è da meno. In entrambe le nazioni il timore della Russia, delle sue minacce dirette o indirette, si è persino ingigantito negli ultimi giorni. Logico che le due capitali chiedano di fare presto e si aspettino un'Alleanza Atlantica disposta a dar loro ascolto saltando qualche passaggio burocratico.
Come era prevedibile, lo scontro sulla politica estera si espande. Non è solo la questione ucraina, ossia la polemica sulle armi italiane a Kiev: ora irrompe un altro tema, persino più spinoso, vale a dire la prospettiva che il Parlamento italiano sia chiamato abbastanza presto a pronunciarsi sull'adesione di Svezia e Finlandia alla Nato. Sappiamo che i tempi non saranno lunghi: ancora ieri Helsinki ha sollecitato una procedura di adesione accelerata e Stoccolma non è da meno. In entrambe le nazioni il timore della Russia, delle sue minacce dirette o indirette, si è persino ingigantito negli ultimi giorni. Logico che le due capitali chiedano di fare presto e si aspettino un'Alleanza Atlantica disposta a dar loro ascolto saltando qualche passaggio burocratico.
Se così avverrà - e sta già avvenendo - l'adesione dovrà passare al vaglio di tutti i Paesi membri. In Italia l'arcipelago che si definisce "pacifista" si sta già organizzando sul piano mediatico. C'è chi confonde "adesione" con "annessione" ed è difficile credere che l'errore sia fatto in buona fede, ignorando che fino a questo momento l'unica annessione - sia pure non riconosciuta dalla comunità internazionale - è quella della Crimea da parte di Mosca. È vero che al momento la reazione anti-Nato per i casi di Svezia e Finlandia riguarda l'esercito dei "talk show" più che la politica. Ma è solo una questione di tempo. Anche perché sul problema delle armi non c'è alcuna possibilità che le Camere siano chiamate a votare. Il prossimo giovedì 19, Draghi fornirà un'informativa sul viaggio a Washington e sulle decisioni che il governo ha assunto rispetto alla guerra. Tuttavia la copertura parlamentare esiste già ed è il decreto votato il primo marzo e valido fino al 31 dicembre, in cui sono previsti aiuti all'Ucraina per sostenere "il suo diritto alla legittima difesa".
Viceversa il voto che conta è quello obbligatorio su Svezia e Finlandia nella Nato, poiché si tratta di ratificare un trattato internazionale. Non sappiamo quando sarà, ma il costituzionalista Stefano Ceccanti prevede che non si potrà andare troppo in là "per non lasciare i due Paesi in un limbo". Facile immaginare quindi che l'opposizione non si limiterà alle tv e ai canali "social". Se c'è una logica, i 5S di Conte (non quelli di Di Maio) e la Lega di Salvini dovranno trovare il modo di farsi sentire, a meno che non vogliano far precipitare nel grottesco tutta la loro linea anti-Kiev e anti-Usa. Se accettassero senza battere ciglio l'allargamento della Nato, si dovrebbe concludere che il gran rumore di queste settimane contro Draghi e contro le scelte del governo è stato solo un gioco di parole. Il sospetto peraltro è legittimo, visto che il decreto di marzo era stato votato anche dalle forze che oggi in teoria lo contestano. Quelle stesse forze che chiedevano a Draghi di presentarsi in Parlamento prima del viaggio in America, ben sapendo che il voto non sarebbe stato possibile.
Tuttavia sulla Nato più larga lo scenario cambia. Il voto contrario su un trattato internazionale che riguarda la nostra alleanza politico-militare provocherebbe la caduta del governo. Ognuno sarà dunque messo di fronte alle proprie responsabilità. La linea discriminante fissata dalla politica estera appare sempre più cruciale. Il che tocca il futuro delle intese di coalizione: quella tra Letta e Conte nel centrosinistra; quella di Salvini con Giorgia Meloni e Berlusconi, a destra.