What are we fighting for?, per che cosa stiamo combattendo?, era un opuscolo americano, al tempo della Seconda guerra mondiale. Ma viene da chiederselo anche oggi: è tipico infatti della guerra che gli eventi eludano le intenzioni, che sfuggano al controllo, costringendo a sempre nuovi interrogativi.
È fuorviante e superficiale ragionare in termini ideologici - pacifismo, bellicismo, "putinismo", atlantismo, anti-americanismo - ; che da sempre più parti ci si interroghi su come proseguire la guerra, cioè sul tipo di armamento da fornire alla resistenza ucraina, significa che c'è un vero problema politico da affrontare e da risolvere. Non è questione di "fedeltà atlantica", ma di comprensione di che cosa si sta facendo, e di quali conseguenze ne potranno derivare.
Qual è dunque il fine di questa guerra? Aiutare la legittima difesa dell'Ucraina, con sanzioni e anche con l'invio di armi "…
What are we fighting for?, per che cosa stiamo combattendo?, era un opuscolo americano, al tempo della Seconda guerra mondiale. Ma viene da chiederselo anche oggi: è tipico infatti della guerra che gli eventi eludano le intenzioni, che sfuggano al controllo, costringendo a sempre nuovi interrogativi.
È fuorviante e superficiale ragionare in termini ideologici - pacifismo, bellicismo, "putinismo", atlantismo, anti-americanismo - ; che da sempre più parti ci si interroghi su come proseguire la guerra, cioè sul tipo di armamento da fornire alla resistenza ucraina, significa che c'è un vero problema politico da affrontare e da risolvere. Non è questione di "fedeltà atlantica", ma di comprensione di che cosa si sta facendo, e di quali conseguenze ne potranno derivare.
Qual è dunque il fine di questa guerra? Aiutare la legittima difesa dell'Ucraina, con sanzioni e anche con l'invio di armi "non letali", come recitano un decreto legge e una risoluzione della Camera? Oppure indebolire in via permanente la capacità militare della Russia, o provocare il cambio di regime con la caduta di Putin, come sembrano auspicare ambienti statunitensi e inglesi? Sono finalità compatibili, coincidenti, o divergenti? Insomma, quante guerre sono in corso, e con quali legittimazioni?
Non vi è dubbio che l'Ucraina abbia ogni diritto di difendersi, benché, secondo ogni logica, la legittima difesa debba rispondere al principio di proporzionalità. E poi c'è da chiedersi quali confini ucraini vadano difesi: quelli del 2014, prima dell'annessione della Crimea, o quelli del 2022, prima dell'invasione russa? Allo stesso modo, è impossibile negare che la politica internazionale è fatta anche di proiezioni di potenza, e che non è fuori luogo interpretare la sciagurata mossa russa come un tentativo (criminale e fallito) di risollevarsi dal declino, e la risposta americana come una strategia che coglie l'occasione per ridurre la Russia al rango di potenza trascurabile, per mandare alla Cina - vero competitor strategico - il messaggio che gli Usa invece in declino non sono. Come è chiaro che pur nella comunanza di valori con l'America, gli interessi della Ue non vanno nella direzione di umiliare la Russia - Macron, la voce oggi più autorevole in Europa, lo ha detto chiaramente - : l'Europa prospera quando si può aprire tanto verso l'alleato d'Oltre-Atlantico quanto verso il partner russo.
Legittimazioni legali, globali, storico-politiche, che possono coesistere, ma anche divergere. Il che può significare che la pace può essere pensata come l'esito di una vittoria dai diversi significati. Non solo nei due più ovvi, opposti - il rientro dell'invasore nei suoi confini, o al contrario la resa degli ucraini - , ma anche come dissanguamento della Russia, cioè come la sua debellatio (con il rischio che questa prospettiva scateni una reazione disperata), o invece come un "cessate il fuoco" di fatto sulle posizioni raggiunte (ma quali? ma a quale prezzo?), che cronicizzerebbe la guerra in una ferita infetta che avvelenerebbe le relazioni internazionali per lungo tempo. Ma si potrebbe anche pensare a scollegare pace e vittoria, e puntare su un compromesso, su una mediazione - ma per opera di chi? Dell'Onu? Del Papa? di un'Europa politica che ancora non c'è? (la revisione dei Trattati richiederà anni) - .
Si dirà che Putin non ha ragione e non conosce ragioni, se non quelle della forza; che forse oggi - fallite le sue iniziali strategie - punta a una guerra lunga, come anche gli Usa; e che nessuno può farci nulla. Che si deve accettare la sfida, e procedere a una escalation per vincerla. O si potrà dire che si deve offrire una chance alla pace, e una via d'uscita a Mosca, con la prudenza e l'accortezza del caso; che la guerra non può essere l'unica e ultima parola.
Molte cose è possibile dire, per chiarire, in autonomia, per che cosa combattiamo. E poiché lo stesso decreto Ucraina lo prevede, una discussione in Parlamento - il luogo in cui questo Paese si specchia nei propri problemi, e prende le proprie legittime decisioni - non dovrebbe fare paura a nessuno. Non sarebbe una dimostrazione di debolezza, ma un doveroso esercizio di matura consapevolezza; una rassicurazione che, in una situazione grave, la politica è in grado di dare un esempio di democrazia funzionante.