Ha ragione il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Non è il lavoro ad allontanare dalla maternità bensì le carenze a supporto della stessa”.
Ha colto l’essenza del problema nel suo saluto agli Stati generali della natalità due giorni fa. Se non si scioglie il nodo della penalizzazione delle donne con figli nel mercato del lavoro, non potrà esserci nessuna inversione nella permanente bassa fecondità del nostro Paese. Siamo un Paese in cui si può realmente scegliere se avere un figlio o no? No. Perché siamo un paese dove non c’è un clima sociale favorevole alla maternità e alla paternità. Tutto rema contro. L’organizzazione del lavoro è rigida. Se una donna desidera avere un figlio o una figlia deve fare i conti con tutti gli ostacoli che incontrerà. I servizi sociali e per la prima infanzia sono scarsi, una donna su cinque lascia il lavoro all’indoma…
Ha ragione il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Non è il lavoro ad allontanare dalla maternità bensì le carenze a supporto della stessa”.
Ha colto l’essenza del problema nel suo saluto agli Stati generali della natalità due giorni fa. Se non si scioglie il nodo della penalizzazione delle donne con figli nel mercato del lavoro, non potrà esserci nessuna inversione nella permanente bassa fecondità del nostro Paese. Siamo un Paese in cui si può realmente scegliere se avere un figlio o no? No. Perché siamo un paese dove non c’è un clima sociale favorevole alla maternità e alla paternità. Tutto rema contro. L’organizzazione del lavoro è rigida. Se una donna desidera avere un figlio o una figlia deve fare i conti con tutti gli ostacoli che incontrerà. I servizi sociali e per la prima infanzia sono scarsi, una donna su cinque lascia il lavoro all’indomani della nascita del figlio, e ha enormi difficoltà a ritrovarlo in seguito. È costretta a prendere il part time perché non ha sufficiente supporto in casa o da parte dei nonni. La divisione dei ruoli all’interno della coppia è rigida e il sovraccarico di lavoro familiare troppo gravoso. È condizionata nella scelta del lavoro, perché deve privilegiare quei lavori che le permettono di sopravvivere e conciliare tutto. Rinuncia spesso ad incarichi. Possibile ancora nel 2022? Possibile. Siamo ultimi come tasso di occupazione femminile delle 25-34enni in Europa. Sono molti i giovani e le giovani che vorrebbero avere un figlio ma rimandano. Risulta da tante indagini Istat condotte nel tempo. E allora mettiamo i giovani e le giovani in condizione di avere i figli che desiderano. Le donne oggi vogliono realizzarsi su tutti i piani. Chi crede di poter reinvertire la decrescita demografica riportando la condizione delle donne agli anni ’30,’40 o ’50, non ha capito che non riuscirà a rimettere indietro le lancette del tempo. Le mamme italiane saranno di più, solo se le donne saranno più libere, sostenute dalle politiche pubbliche e con una nuova condivisione delle responsabilità familiari con gli uomini e se non saranno penalizzate sul mercato del lavoro in presenza di figli. È stato un risparmio per le casse dello stato il carico di lavoro non retribuito che le donne si sono assunte sulle spalle, ma è stato miope farlo. Perché le donne hanno dovuto rinunciare ai loro desideri o sul lato dei figli o del lavoro. E in compenso abbiamo una struttura demografica distorta e penalizzante. Ma che democrazia è mai questa che costringe le donne alle rinunce e a pagare così alti prezzi? Questa storia deve finire. I lavori di cura devono entrare veramente nelle politiche pubbliche e devono essere valorizzati.
Voi mi direte ma c’è il Family Act. È vero. Ha avuto un pregio. Mettere ordine nella giungla dei bonus che avevamo tramite l’assegno unico. Non riesce a dare grandi risposte al problema della condivisione delle responsabilità genitoriali. Estende la fruizione del congedo parentale a lavoratrici prima non coperte. Ma veramente pensiamo che 10 giorni di congedo di paternità servano a qualcosa? Veramente riteniamo che qualche detrazione su colf e rette dei nidi possa essere sufficiente? Non è così. E non si sa ancora quanto verrà stanziato su tutte le voci previste. Una operazione importante è stata avviata sul fronte dei nidi, con il Pnrr e con l’introduzione dei Lep (livelli essenziali delle prestazioni), proposti dalla ministra Mara Carfagna, che permettono di garantire la copertura della spesa corrente oltre che della costruzione dei nidi come prevista dal Pnrr. Ma arriveremo al 33% di bimbi al nido con 17 anni di ritardo rispetto agli obiettivi europei. E il welfare di prossimità che mette al centro le persone secondo i loro bisogni di assistenza e psicologici oltre che sanitari? Il ministro Orlando si sta impegnando sui non autosufficienti. Bene. Serve estendere al resto e investire di più. Serve andare oltre.
Linda Laura Sabbadini è direttora del Dipartimento Metodi e Tecnologie Istat. Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell’autrice e non impegnano l’Istat