Tutto è cambiato da quando l'Italia uscì dalla Prima Repubblica e inaugurò la stagione del bipolarismo coatto. C'era allora Silvio Berlusconi che fingeva di combattere contro "il ritorno del comunismo" e la sinistra postcomunista che faceva asse con un pezzo di centro democristiano per arginare "l'arrivo delle destre". Seguirono venti anni di muro contro muro e il sempre più stanco ripetersi, elezione dopo elezione, delle rispettive parole d'ordine.
Trent'anni dopo non c'è più nemmeno l'ombra del comunismo - se non nell'immaginazione senile degli ultimi stalinisti che vedono nel bellicismo di Putin lo scintillio delle antiche glorie sovietiche - Berlusconi è passato dalla presidenza del Milan a quella del Monza e Forza Italia da partito guida della destra a terza forza dietro ai postfascisti di Giorgia Meloni e a una Lega trasformata da Matteo Salvini nella succursale italiana del lep…
Tutto è cambiato da quando l'Italia uscì dalla Prima Repubblica e inaugurò la stagione del bipolarismo coatto. C'era allora Silvio Berlusconi che fingeva di combattere contro "il ritorno del comunismo" e la sinistra postcomunista che faceva asse con un pezzo di centro democristiano per arginare "l'arrivo delle destre". Seguirono venti anni di muro contro muro e il sempre più stanco ripetersi, elezione dopo elezione, delle rispettive parole d'ordine.
Trent'anni dopo non c'è più nemmeno l'ombra del comunismo - se non nell'immaginazione senile degli ultimi stalinisti che vedono nel bellicismo di Putin lo scintillio delle antiche glorie sovietiche - Berlusconi è passato dalla presidenza del Milan a quella del Monza e Forza Italia da partito guida della destra a terza forza dietro ai postfascisti di Giorgia Meloni e a una Lega trasformata da Matteo Salvini nella succursale italiana del lepenismo.
Del resto, il campo largo della sinistra si dovrebbe perimetrare affidando oggi a Giuseppe Conte e Beppe Grillo il ruolo che fu di Romano Prodi e Franco Marini. Eppure c'è chi pensa o finge di pensare di poter ripartire nel 2023 ancora da qui, ammucchiata di centrosinistra contro ammucchiata di centrodestra, una formula che non ha funzionato nemmeno quando c'era ancora un minimo di omogeneità all'interno delle due coalizioni e dovrebbe funzionare ora che nel campo progressista c'è Conte che sulla lettura della guerra in Ucraina è di gran lunga più in sintonia con Salvini che con Enrico Letta, mentre dall'altra parte lo stesso Salvini non parla con Meloni dalla rielezione di Sergio Mattarella e, del resto, avessero scelto di parlarsi, non avrebbero potuto che certificare di essere uno contrario alla fornitura di armi a Kiev e l'altra favorevole. Solo un esempio delle tante fratture che corrono all'interno dei due poli ma è più che sufficiente: parliamo di guerra, collocazione internazionale, linee guida di politica estera - questioni dirimenti nell'offerta politica di chi aspira a governare - e questa è la sconfortante situazione.
È come se il nostro Paese fosse ostaggio di una guerra fredda permanente ma ormai folle e surreale, la volontà di riprodurre dentro i confini nazionali uno schema per blocchi contrapposti come quello tra Nato e Patto di Varsavia - stabilite voi chi è chi, non è importante ai fini del ragionamento - dove però metà dei membri Nato sono d'accordo con il Patto e viceversa.
Una situazione che si riproduce persino all'interno dei singoli partiti: il Movimento 5 Stelle esprime un ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in sintonia con Mario Draghi e un leader, sempre Conte, che ne contesta la linea.
Quel che resta di Forza Italia è diviso tra una Mara Carfagna che parla come Palazzo Chigi e un'ala che segue il magistero di Salvini, cioè una delle poche voci del dibattito internazionale a essersi espressa contro l'adesione della Finlandia alla Nato. Le altre due sono quelle di Vladimir Putin e di Recep Tayyip Erdogan, perché il leader della Lega sa scegliere sempre con criterio le sue compagnie estere.
Quindi tra meno di un anno gli elettori dovrebbero essere chiamati a scegliere il loro governo pescando da questo bussolotto impazzito. Per giunta con un sistema in parte basato sui collegi uninominali, il che significa che sarà la residenza a decidere se un elettore del centrosinistra si troverà a votare un candidato del Pd favorevole agli aiuti all'Ucraina oppure uno del M5S contrario, mentre quello del centrodestra manderà in Parlamento un deputato ostile alla Finlandia nella Nato se gli toccherà in sorte nel collegio un esponente della Lega ovvero un deputato pro Helsinki qualora sia paracadutato in zona un candidato forzista tendenza Mara.
Cambiare la legge elettorale in senso proporzionale dovrebbe essere un imperativo quasi morale per chi non voglia regalare all'Italia, dopo una pandemia e una guerra che forse sarà ancora in corso, un'altra legislatura senza capo né coda.