M5S-Pd, perché Enrico Letta e Luigi Di Maio escluderanno Giuseppe Conte
di Stefano Folli , di Stefano FolliCome è ormai evidente, la parabola politica di Giuseppe Conte è vicina a concludersi. Soprattutto se il tema è un ruolo di primo piano sulla scena pubblica, quale si conviene a un ex premier; se invece s'intende una nicchia, una posizione residuale utile per entrare nel prossimo Parlamento insieme a un minuscolo drappello di seguaci, allora la prospettiva non è del tutto compromessa. L'attuale legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum, prevede una specie di diritto di tribuna per i piccoli partiti, sia pure a certe condizioni. Ma sarebbe un'altra storia. Perché quando si parla di "contismo" al tramonto, s'intende la fine di un'ambizione, quella di recitare da co-protagonista sul palcoscenico del centrosinistra. Una sorta di condominio con il Pd e addirittura, in una certa fase, la speranza di assumere la leadership dell'intera area.
Come è ormai evidente, la parabola politica di Giuseppe Conte è vicina a concludersi. Soprattutto se il tema è un ruolo di primo piano sulla scena pubblica, quale si conviene a un ex premier; se invece s'intende una nicchia, una posizione residuale utile per entrare nel prossimo Parlamento insieme a un minuscolo drappello di seguaci, allora la prospettiva non è del tutto compromessa. L'attuale legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum, prevede una specie di diritto di tribuna per i piccoli partiti, sia pure a certe condizioni. Ma sarebbe un'altra storia. Perché quando si parla di "contismo" al tramonto, s'intende la fine di un'ambizione, quella di recitare da co-protagonista sul palcoscenico del centrosinistra. Una sorta di condominio con il Pd e addirittura, in una certa fase, la speranza di assumere la leadership dell'intera area.
Non solo quei tempi sono finiti, ma adesso il problema è soprattutto di Enrico Letta. Il segretario dei democratici ha bisogno dei Cinque Stelle nella coalizione che ha in mente in vista delle elezioni del prossimo anno: il fatidico "campo largo". Ma devono essere 5S de-contizzati, ossia che si sono liberati della guida dell'ex premier, relegandolo ai confini dello schieramento o fuori di esso.
E si capisce: in questi mesi il Pd di Letta è diventato altra cosa rispetto al partito egemonizzato dalla corrente post-comunista e proteso a gettare un ponte verso il gruppo di Bersani. Letta si è sforzato di ricollocarlo al centro, con l'idea di farne un riferimento attraente anche per quel mondo moderato che si era allontanato verso destra, ma che oggi diffida dell'alleanza (scricchiolante) FI-Fd'I-Lega. Non essendo per nulla rassicurato dalla linea filo-russa e anti-Nato di Salvini, nonché dal progressivo disfacimento del partito berlusconiano.
La questione si presenta simmetrica nel centrosinistra. Aver aperto un contenzioso sulla politica estera e sul sistema delle alleanze internazionali, rappresenta l'errore fatale di Conte. Forse c'è un limite di cultura politica, in ogni caso è strano che nessuno dei suoi consiglieri lo abbia messo sull'avviso. La politica estera è per eccellenza un tema che tende a unire, non a dividere. Almeno da quando l'allora Pci riconobbe l'importanza della comunità europea e in seguito Berlinguer pronunciò la famosa frase (nell'intervista con Giampaolo Pansa): "Mi sento più sicuro sotto l'ombrello dell'Alleanza Atlantica".
Ne deriva che l'idea di sfruttare la crisi internazionale alla stregua di una bega domestica non rafforza i 5S, almeno quelli che condividono la frenesia anti-governativa di Conte. Al contrario, li rende marginali e inservibili per costruire un'intesa allargata da tradursi in candidature comuni. È chiaro infatti che Letta tra qualche mese non sarà in grado di stringere patti con una fazione che ha scelto un tale terreno per distinguersi. Ma prima ancora saranno i 5S a dover fare i conti al proprio interno.
Il solco più profondo, la politica estera - cioè la linea dell'esecutivo Draghi sulla guerra - l'ha scavato dentro il movimento "grillino". Di Maio non potrà accettare a lungo che la crescente ambiguità getti un'ombra sul suo profilo di ministro degli Esteri e finisca per delegittimarlo agli occhi del presidente del Consiglio e dei vari interlocutori della Nato. Finora, con qualche astuzia, ha evitato di chiarire. Così come Letta è attento a non dar fuoco alle polveri. Ma il momento della verità si avvicina.