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Governo, la strategia del logoramento

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La maggioranza larga che sorregge Mario Draghi è in grado di sopravvivere alle scosse che sembrano minacciarla? È ragionevole immaginare che nessuno compia il grande passo di uscire con la guerra in corso. Ma una coalizione logorata può essere un danno maggiore di una coalizione spezzata
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Dopo aver chiesto con insistenza, non senza ragioni, al presidente del Consiglio di venire in Parlamento a riferire sulla guerra in Ucraina e la linea italiana; dopo aver giudicato quasi uno scandalo che non fosse previsto un voto sull'intervento di Draghi, ecco il consueto copione a cui siamo abituati. Un dibattito abbastanza svogliato, potremmo dire mediocre, in un'aula non vuota come in altre occasioni, ma nemmeno così partecipe come gli eventi pretenderebbero.

Draghi ha avuto facile gioco nel ribadire punto per punto la posizione di Roma: leale all'Unione europea, ma risoluta a non indebolire il raccordo con gli Stati Uniti; favorevole senza riserve all'…

Dopo aver chiesto con insistenza, non senza ragioni, al presidente del Consiglio di venire in Parlamento a riferire sulla guerra in Ucraina e la linea italiana; dopo aver giudicato quasi uno scandalo che non fosse previsto un voto sull'intervento di Draghi, ecco il consueto copione a cui siamo abituati. Un dibattito abbastanza svogliato, potremmo dire mediocre, in un'aula non vuota come in altre occasioni, ma nemmeno così partecipe come gli eventi pretenderebbero.

Draghi ha avuto facile gioco nel ribadire punto per punto la posizione di Roma: leale all'Unione europea, ma risoluta a non indebolire il raccordo con gli Stati Uniti; favorevole senza riserve all'ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato nei tempi stabiliti; determinata nel proseguire l'invio di armi a Kiev e al tempo stesso convinta che si debbano esplorare tutte le opportunità per avviare un processo di pace. Come sappiamo, l'Italia ha anche avanzato delle ipotesi su cui sarebbe forse possibile costruire una prospettiva, a patto che si arrivi in tempi brevi al cessate il fuoco.

La questione di fondo, in chiave domestica, è tuttavia sempre la stessa. La maggioranza larga che sorregge Draghi è in grado di sopravvivere alle scosse che sembrano minacciarla? Come al solito c'è una distanza tra i fuochi artificiali accesi sui giornali o in tv e la realtà parlamentare.

Alle Camere, nel luogo tipico del confronto e del chiarimento, gli ultimatum diventano flebili voci e tutto tende a sbiadire. Così abbiamo sentito Salvini ringraziare il presidente del Consiglio "per le sue parole di pace", mentre i 5S si sono affidati alla loro capogruppo per un intervento un po' farraginoso ma certo non di rottura.

La questione del voto sul governo è rinviata alle comunicazioni del premier prima del Consiglio europeo. In quella sede vedremo quanto valgono le minacce di segno, diciamo così, "pacifista", ma in pratica intrise di spirito anti-atlantico, che mirano a logorare l'esecutivo giorno dopo giorno.

È ragionevole immaginare che nessuno compia il grande passo di uscire dalla maggioranza con la guerra in corso. Ma una coalizione logorata può essere un danno maggiore di una coalizione spezzata (lo si è visto sul ddl Concorrenza: Draghi ha dovuto battere un colpo). Ecco il punto che riconduce a Conte e ai suoi infortuni come leader dei 5S.

Al di là del giudizio sulla vicenda della Commissione Esteri, resta il fatto che oggi l'ex presidente del Consiglio non sembra comunque in grado di trascinare il movimento all'opposizione, nella speranza di rimpinguare il consenso calante. Lo vorrebbe il gruppo più massimalista, privo peraltro di responsabilità istituzionali, ma non lo vuole il grosso del partito.

Dunque le elezioni restano proiettate su di un orizzonte lontano: i primi mesi del 2023. Il che non risolve, anzi di sicuro aggrava il problema del logoramento quotidiano. Troppi nodi devono essere sciolti in pochi mesi.

L'intesa tra Pd e 5S attende d'essere rimodulata in modo radicale alla luce dell'indebolimento dei "grillini". E a destra è in corso una sorta di "guerra di successione" i cui esiti non sono decifrabili: Giorgia Meloni si considera la nuova forza egemone rispetto al duo Berlusconi-Salvini e non ha torto.

In Senato La Russa è stato esplicito: sostegno a Draghi sulla politica atlantica, attacchi a Conte e Salvini per le loro ambiguità. Non è una nuova maggioranza, naturalmente, ma è il segno che tutto cambia. La politica estera sarà una discriminante ineludibile più di quanto non sia già oggi.