La guerra in Ucraina sta restituendo centralità politica al Mediterraneo. È di nuovo un mare di confine. Che separa mondi e culture. Lo è soprattutto agli occhi degli Stati Uniti che negli ultimi 15 anni avevano iniziato a considerarlo un "lago" ormai "pacificato".
Il conflitto che da Kiev allarga inevitabilmente i suoi effetti verso Ovest e verso Sud ha, quindi, già modificato la dottrina americana nel Vecchio Continente. Il cambio - che sembra soprattutto un ritorno al passato - pone l'Italia in un quadro del tutto nuovo. O forse la mette in condizione di riconquistare un ruolo che aveva progressivamente perso. Il nostro Paese è stato per almeno cinquant'anni la "portaerei" dell'Occidente in questo spazio di acqua che divide Europa, Asia e Africa. E la funzione svolta negli equilibri internazionali, anche in chiave di mediazione in alcune crisi, era direttamente connessa a questa situazione di fatto.…
La guerra in Ucraina sta restituendo centralità politica al Mediterraneo. È di nuovo un mare di confine. Che separa mondi e culture. Lo è soprattutto agli occhi degli Stati Uniti che negli ultimi 15 anni avevano iniziato a considerarlo un "lago" ormai "pacificato".
Il conflitto che da Kiev allarga inevitabilmente i suoi effetti verso Ovest e verso Sud ha, quindi, già modificato la dottrina americana nel Vecchio Continente. Il cambio - che sembra soprattutto un ritorno al passato - pone l'Italia in un quadro del tutto nuovo. O forse la mette in condizione di riconquistare un ruolo che aveva progressivamente perso. Il nostro Paese è stato per almeno cinquant'anni la "portaerei" dell'Occidente in questo spazio di acqua che divide Europa, Asia e Africa. E la funzione svolta negli equilibri internazionali, anche in chiave di mediazione in alcune crisi, era direttamente connessa a questa situazione di fatto.
Il dialogo emerso nelle ultime settimane e dopo il recente colloquio di Washington tra il presidente statunitense Biden e il presidente del Consiglio Draghi sembra allora ripristinare un'antica consuetudine. È chiaro che in questo caso il rapporto è facilitato da una conoscenza diretta e consolidata tra i due. Ma si tratta comunque di una relazione che assegnando al nostro Paese una posizione che non occupava da tempo. Il premier italiano - come dimostra anche il documento che il ministro degli Esteri Di Maio ha depositato nei giorni scorsi all'Onu e anticipato sulle colonne di questo giornale - si muove lungo una direttrice di una potenziale mediazione con la Russia su mandato della Casa Bianca. Magari è un incarico ufficioso. Rientra però nella storia delle relazioni transatlantiche del nostro Paese. L'incontro dell'altro ieri con la premier finlandese Marin e quello che si terrà a luglio con il turco Erdogan sono il segno di un confronto che riguarda anche la Nato. E non potrebbe che essere così. Perché la "ragione sociale" dell'Alleanza Atlantica è proprio la difesa di questa area geografica. I dubbi della Turchia sull'adesione di Finlandia e Svezia ne compromettono l'unità. Ogni colpo all'immagine di compattezza del fronte occidentale si trasforma in un'arma a disposizione di Putin. Esattamente come sta accadendo con i litigi europei sull'embargo al petrolio russo.
L'Italia, dunque, proprio per la sua collocazione geografica, non si può permettere il lusso di stare ferma. È chiaro che le ripercussioni di questo conflitto insensato ricadono su tutti o su quasi tutti. Ma proprio il Mediterraneo ci espone a delle conseguenze superiori e peggiori. Il rischio, ad esempio, di una crisi alimentare che possa abbattersi in maniera devastante in Africa significa per le nostre coste l'elevata probabilità di una ennesima crisi migratoria. L'esodo degli ucraini diventerebbe solo una minima parte di quel che potrebbe accadere se un intero continente ancor più affamato si rivolge alla salvezza della fuga via mare. Mosca, per di più, sta presidiando il continente africano come non era mai capitato in passato. È come se avesse tra le sue mani il rubinetto degli sbarchi. Il massimo per una guerra ibrida e per creare tensioni sociali. L'Italia, dunque, semplicemente non può stare ferma. E gli Stati Uniti, che colgono spesso in anticipo i processi geopolitici, ne appaiono consapevoli.
Ma da soli, per troppo tempo da soli, è difficile conseguire risultati. L'Unione europea sta mostrando tutti i suoi limiti in politica estera. L'iniziativa italiana, però, dovrà essere affiancata da una europea. Se non dell'Ue, di alcuni dei suoi governi. Il modello della Conferenza di Helsinki citato da Draghi è la prova che serve un coinvolgimento ampio. Giugno può essere un mese fondamentale. In una sequenza ravvicinata si riuniranno il Consiglio europeo, il G7 e quindi il vertice del Patto Atlantico. Sono le occasioni che almeno i quattro Paesi più importanti - Francia, Germania, Italia e Spagna - possono sfruttare insieme. La tempistica potrebbe essere quella giusta. Lo stallo che sta facendo registrare lo scontro tra gli eserciti russo e ucraino sarà ancora più evidente. Come sarà palmare la drammaticità di una guerra che sta sempre più diventando di posizione con tanto di trincee. Quasi una riedizione della Prima Guerra Mondiale. Fino a quel momento, però, e in assenza di equilibri diversi, chi si assume il compito di preparare una trattativa dovrà porsi qualche interrogativo: è accettabile un'Ucraina disgregata? Si possono dare per acquisiti i territori conquistati dal Cremlino come se fosse un Risiko virtuale? La comunità internazionale occidentale può, ad esempio, acconsentire che un quarto dell'Ucraina venga annessa alla Russia? Rispondere a queste domande è forse il primo passo di qualsiasi negoziato.