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Salario minimo garanzia europea

Il ministro del Lavoro Andrea Orlando interviene a Impossibile 2022: la quattro giorni di confronto sui temi dell'infanzia organizzata da Save The Children (ansa)

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Lavoro, gli errori di Confidustria e la sinistra che deve recuperare autorevolezza e identità
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L'argomento "salario minimo garantito" comincia a lampeggiare nel dibattito politico e sui media. Non ancora in primo piano per una ragione contingente: la guerra si mangia la scena, e anche la discussione economica è tutta sulle sue ricadute energetiche e alimentari. Ma anche per una ragione che è invece strutturale e annosa: la quasi estromissione del tema "salario" dal confronto pubblico.

Con sporadiche eccezioni - per esempio la recente lotta dei riders per uscire dal precariato, o le forti turbolenze tra gli operai della logistica - la questione salariale sembra avere perduto centralità politica e si è come rintanata in una dimensione "tecnica" che sembra non riguardare più la società p…

L'argomento "salario minimo garantito" comincia a lampeggiare nel dibattito politico e sui media. Non ancora in primo piano per una ragione contingente: la guerra si mangia la scena, e anche la discussione economica è tutta sulle sue ricadute energetiche e alimentari. Ma anche per una ragione che è invece strutturale e annosa: la quasi estromissione del tema "salario" dal confronto pubblico.

Con sporadiche eccezioni - per esempio la recente lotta dei riders per uscire dal precariato, o le forti turbolenze tra gli operai della logistica - la questione salariale sembra avere perduto centralità politica e si è come rintanata in una dimensione "tecnica" che sembra non riguardare più la società per intero. Come se non facesse più parte delle questioni generali, dei temi davvero collettivi. E come se perfino la soglia della povertà, il cui varco, dati alla mano, ha coinvolto sempre più persone, anche occupate e sotto-occupate, fosse diventata una questione semi-privata, di gruppi e categorie marginali, non del corpo sociale nel suo complesso. La parola "salario", statene certi, non figura tra quelle che hanno scatenato le più animose zuffe social degli ultimi anni.


Ora una direttiva europea, che non si sovrappone alla legislazione dei singoli Paesi membri ma ne stimola un adeguamento - lo spiegava Chiara Saraceno su questo giornale - invita a dotarsi di uno strumento, il salario minimo garantito, che investe direttamente il rapporto tra datori di lavoro e lavoratori e la contrattazione sindacale. A differenza del reddito di cittadinanza, cui provvede lo Stato sollevando inevitabilmente gli attori economici da qualche responsabilità. Volendo, e anticipando un probabile elemento del dibattito futuro, il salario minimo garantito è in parte antitetico al reddito di cittadinanza, perché affida al valore del lavoro, non a un sussidio di mantenimento, il compito di risollevare la bandiera di una maggiore equità sociale.


Colpisce, in questo senso, che da Confindustria, fin qui, siano arrivate solamente voci ostili al salario minimo, quasi a suggerire una auto-sfiducia del mondo imprenditoriale nella propria capacità di poter contribuire al benessere comune al di là di ogni forma di assistenzialismo e protezione pubblica: quale via più diretta, per ridare dignità al lavoro e impulso ai consumi, di un adeguamento dei salari, specie ora che l'inflazione gonfia i prezzi?


Se la definizione "lotta di classe" sembra novecentesca e inadeguata, la si sostituisca tranquillamente con equità sociale, o giustizia sociale, il significato non cambia di molto. Di questo, non di altro, si tratta: ed è un campo conflittuale per sua natura, perché vede incrociarsi interessi a volte coincidenti, a volte contrastanti. All'omissione di questo compito decisivo - rappresentare e mediare i conflitti sociali - la politica italiana, e in specie la sinistra, deve buona parte della sua perdita di autorevolezza, e di identità.


Di questo specifico conflitto si era perduta traccia al punto che i suoi stessi termini non sono più molto familiari al grosso degli italiani. A parte, ovviamente, i tecnici del settore, sindacalisti, giuslavoristi, manager addetti al personale, quella che chiamiamo opinione pubblica è stata distratta da un tema che fu, nel Novecento, così centrale da essere quasi il solo paradigma della politica. Ci fu un tempo in cui, al di fuori della dialettica capitale/lavoro, salario/profitto, padroni/operai, pareva non esistesse materia del contendere. Visione ossessiva alla quale ha fatto seguito, non virtuosamente, il suo opposto, ovvero la rimozione. Ben venga, dunque, un eventuale ritorno in grande stile delle questioni del lavoro (quella salariale è, da sempre, la madre di tutte le altre) nella politica e sui media. Non può che ridare significato, e peso, alle parole e agli atti della politica.


Chi poi ritenesse - sbagliando - che il confronto sui temi del lavoro sia "antico" rispetto ai nuovi scenari politico-culturali, fondati sui diritti della persona, rifletta sul fatto che nelle fabbriche, nei capannoni, negli uffici, nei campi assolati così come nelle stanze del lavoro a distanza, sono proprio i diritti la materia che si sta trattando. Quando si parla di salario, di orario, di sicurezza, di parità di genere, di maternità, eccetera, si parla di diritti da rivendicare e da ridefinire continuamente, mano a mano che mutano le condizioni del lavoro. La formulazione "diritti dei lavoratori" era già viva ai tempi del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo e conserva perfettamente intatta la sua carica espressiva anche oggi. Mutatissima nella forma, non lo è per niente nella sostanza.