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Lavoro, perché serve il salario minimo

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Non è sufficiente da solo a contrastare la povertà, ma riduce le diseguaglianze tra lavoratori dipendenti. E rafforza le aziende più virtuose
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Il testo della Direttiva sul salario minimo legale Ue sta per essere varato definitivamente per dare modo ai Paesi membri di recepirlo a livello nazionale. La Direttiva non indicherà una cifra fissa di riferimento, ma stabilirà i criteri che ne garantiscono l'adeguatezza e che dovranno informare la contrattazione tra le parti sociali.

Questa direttiva, tuttavia, avrà valore cogente solo nei Paesi dove esiste una legge che fissa standard minimi salariali. Perciò l'Italia, che insieme a Svezia, Finlandia, Danimarca, Austria e Cipro non possiede ancora una normativa sulla regolazione del salario minimo legale, non sarà specificamente vincolata ad osservarla.

L'approvazione della Direttiva rafforza la posizione di chi, in Italia, da tempo argomenta a favore di u…

Il testo della Direttiva sul salario minimo legale Ue sta per essere varato definitivamente per dare modo ai Paesi membri di recepirlo a livello nazionale. La Direttiva non indicherà una cifra fissa di riferimento, ma stabilirà i criteri che ne garantiscono l'adeguatezza e che dovranno informare la contrattazione tra le parti sociali.

Questa direttiva, tuttavia, avrà valore cogente solo nei Paesi dove esiste una legge che fissa standard minimi salariali. Perciò l'Italia, che insieme a Svezia, Finlandia, Danimarca, Austria e Cipro non possiede ancora una normativa sulla regolazione del salario minimo legale, non sarà specificamente vincolata ad osservarla.

L'approvazione della Direttiva rafforza la posizione di chi, in Italia, da tempo argomenta a favore di un salario minimo, sia per fare fronte a ciò che la Commissione definisce la "diminuzione strutturale della contrattazione collettiva", che lascia troppe occupazioni e troppi lavoratori e lavoratrici al di fuori di ogni accordo, sia per fronteggiare la proliferazione dei lavori a bassa e bassissima remunerazione, che sono una, anche se non la sola, causa del fenomeno dei lavoratori poveri non solo a livello individuale, ma anche familiare.

Benché l'Italia sia uno dei Paesi in cui è molto diffuso sia il lavoro a bassa remunerazione sia quello dei lavoratori poveri perché vivono in una famiglia povera - due fenomeni distinti, ma in parte intrecciati - il tema del salario minimo ha fatto a lungo fatica ad entrare nel dibattito pubblico, trovando molte resistenze sia nei sindacati sia nelle associazioni datoriali.

I sindacati sembrano aver parzialmente mutato atteggiamento, rimane tuttavia la forte opposizione di Confindustria. Mentre è comprensibile la resistenza dei sindacati, che temono che un salario minimo indebolisca il loro ruolo contrattuale, salvo rendersi conto che troppa occupazione rimane fuori dal loro raggio di azione anche nell'ambito del lavoro dipendente, l'opposizione di Confindustria rimane per certi versi incomprensibile, a meno che non voglia tenersi le mani libere per ogni sorta di social dumping e di ricatto salariale. Come se la politica dei bassi salari, da tempo adottata da troppe imprese italiane, non si fosse tradotta anche in una politica di scarsi investimenti e scarsa innovazione, che hanno reso molte aziende poco competitive sul mercato internazionale.

Un salario minimo legale non è sufficiente a contrastare la povertà nonostante il lavoro, per diversi motivi: la povertà spesso dipende dal numero di consumatori familiari cui deve far fronte un salario, anche non minimo; il salario minimo non risolve la questione del part time involontario e del precariato; infine, tra i lavoratori poveri, su base individuale o familiare, ci sono anche molti lavoratori autonomi.

Un salario minimo, tuttavia, ridurrebbe la frammentazione dei contratti e l'area del lavoro pagato troppo poco, riducendo importanti diseguaglianze tra i lavoratori dipendenti. Una stima di Alberto Mazzon e Francesca Bettio pubblicata su ingenere.it mostra che l'introduzione di un salario minimo fissato per legge avvantaggerebbe soprattutto le categorie che sono più esposte a forme di sfruttamento salariale: una parte dei giovani e delle donne e molta forza lavoro straniera.

Allo stesso tempo, ritengo anche sulla base delle esperienze internazionali, ridurrebbe lo spazio di una competizione tra imprese basata sui bassi salari piuttosto che sull'investimento in innovazione e capitale umano, che costituisce un vero e proprio handicap dell'economia italiana, rafforzando invece le aziende più virtuose e lungimiranti.

Certo, c'è il rischio che si allarghi ulteriormente il campo del lavoro nero. Ma questo è un fenomeno che va contrastato con maggiori e più efficaci controlli, non solo da parte dello Stato, ma anche dei sindacati e delle associazioni datoriali, che dovrebbero avere tutto l'interesse a operare in un contesto di regole più omogenee e trasparenti.