Si parla sempre più spesso di memoria, parola che come tutte può perdere di senso se eccessivamente ripetuta. A legarla al suo senso possibile e a renderla un elemento evolutivo - cioè attivo e dinamico - per la società sono fattori come la condivisione e, prima di tutto, la verità di quel che viene ricordato.
Il problema è che la verità ha rapporti ambigui con la convinzione.…
Si parla sempre più spesso di memoria, parola che come tutte può perdere di senso se eccessivamente ripetuta. A legarla al suo senso possibile e a renderla un elemento evolutivo - cioè attivo e dinamico - per la società sono fattori come la condivisione e, prima di tutto, la verità di quel che viene ricordato.
Il problema è che la verità ha rapporti ambigui con la convinzione. Pier Paolo Pasolini, in un suo celebrato articolo per il Corriere della Sera, disse "io so, ma non ho le prove". Parlando in occasione del cinquantesimo anniversario dell'uccisione del commissario Luigi Calabresi, Paolo Mieli ha avuto l'indubbio coraggio di dichiarare che quello "scritto corsaro" poi passato in proverbio è all'origine di equivoci diabolici. Pasolini alludeva a "verità" che all'epoca circolavano già nella dietrologia delle voci fondate su due unici fattori di credibilità: essere contrarie alle versioni ufficiali e confermare i sospetti già diffusi. È il fenomeno per cui lo stesso Mieli (che se ne è rammaricato pubblicamente, e da tempo) firmò assieme ad altri ottocento intellettuali il famigerato manifesto che rivolgeva affermazioni violente e accuse false contro il commissario Calabresi.
Ai giorni nostri denominiamo in inglese fenomeni come fake news, hate speech, character assassination e li consideriamo specialità del XXI secolo, conseguenze dirette dell'esistenza di reti telematiche e social network. Eppure già prima delle bacheche virtuali c'erano i muri delle città, le voci correvano anche senza chat e, per manifestarsi sino alle conseguenze irreparabili, all'odio non era necessaria la traduzione in inglese del suo nome. Per esempio, il commissario Calabresi non era stato addestrato dalla Cia, non era un karateka, non era nella sua stanza quando Giuseppe Pinelli vi morì: come ha ricordato Mario Calabresi, queste verità sono sì accertate, ma tuttora non universalmente accettate. Ecco allora cosa, a questo proposito, si oppone all'obiettivo di liberare il cognome Calabresi dalla condizione di "caso" e dalla sua protratta attualità. Oltre a quelle acquisite dai processi ci sono verità che vengono taciute da chi le detiene, senza le quali il cammino della giustizia riparativa, come ha ricordato la ministra Marta Cartabia, non può raggiungere il traguardo della ricomposizione sociale a cui tutti dovrebbero guardare con favore.
Il fatto è che noi tutti crediamo di sapere e non sappiamo di credere. Crediamo alle versioni che meglio si accomodano alle convinzioni, ai nostri pregiudizi, a un senso comune a cui ci affidiamo per adesione ideologica, per appartenenza a un gruppo sociale, politico, etnico (o magari calcistico). È questo il meccanismo che consente alle cacce alle streghe di mobilitare volontari ignari di tutto ma convinti di conoscere la verità, quasi per indole. Ti dicono che è stato lui e tu accorri a linciarlo assieme a tutti gli altri. Lo fai spontaneamente, non te lo ordinano, non ti costringono né ti persuadono: sorretto da un senso comune che non hai mai sottoposto a revisione tu ci credevi, si può dire, sin da prima. È una storia antica, antica quanto le società umane. È la storia degli ostracismi, dei sacrifici umani, delle segregazioni, degli idoli della tribù.
Internet ha sì cambiato le cose, ma soltanto perché ha reso più immediate, frammentarie e caotiche nella loro entropia le diverse campagne di disinformazione e di odio. Ne ha esteso al globo la potenziale area di ricaduta, ne ha accelerato lo sviluppo e la diffusione, è così giunta a erodere l'autorevolezza di ogni posizione basata sull'expertise. Le verità condivise sono state declassificate mainstream, le controverità promosse ad alternative plausibili.
Delitti, ingiustizie, aberrazioni collettive dipendono anche da quanto la verità accertabile è lontana dalle nostre convinzioni radicate. Ma allora come sappiamo, se lo sappiamo, che malgrado le apparenze la Terra è tonda? Come sappiamo che è la Terra a girare attorno al Sole, malgrado i diversi avvisi della dottrina in vigore prima della rivoluzione scientifica?
Mettere in dubbio le verità ufficiali è stata anche una delle più importanti acquisizioni culturali e sociali del Sessantotto. Sarebbe imperdonabile, e anche stupido, rinunciarvi per paura di una sorta di anarchia epistemologica. Non più "caso", la storia del commissario Calabresi potrebbe farci porre domande che oggi sono ancora più rilevanti di allora. Perché crediamo alla verità di quel che sappiamo (o pensiamo di sapere)? E di quali controprove necessitiamo per guardare al di là delle nostre convinzioni ("Io so, ma non ho le prove"), prima che ci conducano all'odio e ci istighino a travolgere le norme civili della convivenza?