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Silvio Berlusconi, Vladimir Putin e quegli scheletri nel lettone

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Per il leader di Forza Italia non deve essere stato semplice attraversare tre mesi di guerra in Ucraina simulando distanza nei confronti dell'uomo che lanciava palle al cagnolino Dudù e che gli aveva testimoniato fraterna amicizia con un celeberrimo regalo
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Non deve essere stato semplice per Silvio Berlusconi attraversare tre mesi di guerra in Ucraina simulando distanza e persino un timido biasimo nei confronti dell'uomo che lanciava palle allo sgambettante cagnolino Dudù e che gli aveva testimoniato fraterna amicizia con il regalo del celeberrimo lettone, accento sulla o, sistemato a Palazzo Grazioli e tanto caro al Cavaliere.

Sarà stato il favorevole clima "complessista", questa cavillosa e libresca caccia alle ragioni storico-politiche di Vladimir Putin, sarà che nella maggioranza di governo non c'è più nessuno nei partiti principali, salvo il Pd di Enrico Letta, a tenersi in scia al…

Non deve essere stato semplice per Silvio Berlusconi attraversare tre mesi di guerra in Ucraina simulando distanza e persino un timido biasimo nei confronti dell'uomo che lanciava palle allo sgambettante cagnolino Dudù e che gli aveva testimoniato fraterna amicizia con il regalo del celeberrimo lettone, accento sulla o, sistemato a Palazzo Grazioli e tanto caro al Cavaliere.

Sarà stato il favorevole clima "complessista", questa cavillosa e libresca caccia alle ragioni storico-politiche di Vladimir Putin, sarà che nella maggioranza di governo non c'è più nessuno nei partiti principali, salvo il Pd di Enrico Letta, a tenersi in scia alla linea di Mario Draghi, certo è che Berlusconi ha sganciato tutti i freni inibitori con una frase che al mondo nessun leader di partito che non fosse Russia Unita si era spinto a pronunciare: "L'Unione europea deve cercare di fare accogliere a Kiev le domande della Russia". La pace, per Berlusconi, è la resa dell'Ucraina e il suo disciplinato ritorno alla condizione di Stato satellite di Mosca.

Probabile che il leader di Forza Italia non sia l'unico a pensarla così ma, almeno a livello di dichiarazioni pubbliche, ha scavalcato tutti nonostante il poco credibile tentativo, in serata, di correggere la sua uscita. Siamo ben oltre i rovelli di Giuseppe Conte sulla differenza tra fornitura all'Ucraina di armi difensive ovvero offensive, e molto al di là del neo-pacifismo di Matteo Salvini, che tre mesi di invasione russa hanno improvvisamente trasformato in una parodistica reincarnazione di padre Ernesto Balducci.

Ad accomunare tutti e tre c'è però lo smarcamento da un governo di cui pure sono azionisti e che, per mano del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ha appena consegnato all'Onu e alla comunità interazionale un piano di pace dai contenuti ben diversi.

Agli occhi del mondo l'Italia è un Paese nel quale il presidente del Consiglio esprime una posizione di totale sostegno all'Ucraina e propone un complesso negoziato alla pari, mentre i partiti che lo sostengono si dividono tra chi propone per Kiev la difesa passiva, chi il disarmo e chi, appunto, la resa incondizionata.

Ci sarebbe, per sovrappiù, anche Beppe Grillo, che ha recentemente ospitato sul blog un intervento così violentemente anti-americano da permettere a Vito Petrocelli, il putiniano M5S ex presidente della commissione Esteri del Senato, di azzeccare la battuta: "Ma se Grillo la pensa come me, perché mi hanno cacciato?".

È vero che fin qui si è trattato solo di uno smarcamento a parole, in aula non c'è stato alcun riverbero di queste posizioni, resta il fatto che una larga maggioranza virtuale del Parlamento si muove in senso contrario o comunque diverso rispetto a Palazzo Chigi.

Ed è lecito coltivare qualche dubbio sulla solidità strategica del fronte italiano pro Ucraina, dato che l'altro presunto pilastro è Fratelli d'Italia, formazione che ha condiviso gli aiuti a Kiev e condannato senza se l'invasione russa, ma contemporaneamente esulta insieme a Viktor Orbán e coltiva il sogno della rivincita di Donald Trump negli Usa, che in prospettiva avrebbe effetti facili da immaginare sul quadro internazionale e sui margini di manovra di Putin.

Alle elezioni politiche manca meno di un anno e, con queste premesse, c'è da dubitare che l'Italia sia in grado di dare continuità alla sua linea ufficiale sul conflitto. Più facile immaginare che la scommessa di Mosca sul nostro Paese come anello debole della catena occidentale abbia buone chance di rivelarsi vincente.

Di questo passo, è possibile che il ministro Lavrov decida in un futuro non troppo lontano di concedere un'altra intervista esclusiva alla nostra tv, e stavolta per ringraziarci.