Le alleanze divise davanti alla guerra
di Stefano Folli , di Stefano FolliSecondo una certa logica, la guerra in Europa dovrebbe aver scavato un fossato incolmabile, almeno a medio termine, nei due schieramenti in cui si articola la scena politica. Si capisce perché. Non si tratta solo di un dissidio sull’invio di armi agli ucraini, come vorrebbero i minimalisti. C’è molto di più: le coalizioni di sinistra e di destra sono divise in modo drammatico al loro interno su questioni che riguardano la politica estera e di difesa. E dietro tale frattura s’indovina la diffidenza trasversale verso il sistema delle alleanze occidentali, nonché la tentazione di fare da sponda a Putin - pur condannando con parole convenzionali l’invasione - nel suo obiettivo di riscrivere gli equilibri europei. Sempre in odio all’America e spesso confondendo aggressore e aggredito.
Secondo una certa logica, la guerra in Europa dovrebbe aver scavato un fossato incolmabile, almeno a medio termine, nei due schieramenti in cui si articola la scena politica. Si capisce perché. Non si tratta solo di un dissidio sull’invio di armi agli ucraini, come vorrebbero i minimalisti. C’è molto di più: le coalizioni di sinistra e di destra sono divise in modo drammatico al loro interno su questioni che riguardano la politica estera e di difesa. E dietro tale frattura s’indovina la diffidenza trasversale verso il sistema delle alleanze occidentali, nonché la tentazione di fare da sponda a Putin - pur condannando con parole convenzionali l’invasione - nel suo obiettivo di riscrivere gli equilibri europei. Sempre in odio all’America e spesso confondendo aggressore e aggredito.
Enrico Letta ragiona da atlantista ed europeista, quindi in modo quasi opposto rispetto a Conte nei 5S. Peraltro il segretario del Pd avrà visto che a sinistra del suo partito si esprimono posizioni non molto diverse da quelle del “grillino”. A destra Giorgia Meloni guida un partito intriso di vecchi pregiudizi anti-americani, ma lei tiene nonostante tutto una posizione euro-atlantica che la colloca molto vicino a Draghi, di cui pure è all’opposizione. Il problema è che il resto del centro-destra - sotto l’impronta di un Salvini mai come oggi simpatizzante della Russia e di un Berlusconi che ha scelto l’accordo con il leghista a costo di distruggere quel poco che resta di Forza Italia - subisce l’influenza di Putin. Il che colpisce soprattutto nel caso del fondatore di Forza Italia, rimasto in silenzio nelle prime settimane di guerra e ora quanto mai loquace, ma sempre in sostanziale copertura delle difficoltà di Mosca.
In altri tempi la spaccatura avrebbe costituito la discriminante su cui decidere gli amici e gli avversari. Si suppone che debba essere così anche oggi, quando verrà il tempo di compilare le liste elettorali e stabilire le alleanze. Ma i dubbi sono legittimi. Da un lato abbiamo le voci dal Cremlino che avvertono l’occidente di non farsi illusioni: la guerra sarà lunga e quindi imprevedibile. Altro che prendersi il Donbass e stop. Dall’altro lato vediamo l’ex segretario del Pd, Zingaretti, oggi presidente del Lazio, sostenere “il dovere morale” dell’intesa con i Cinque Stelle. Vuol dire che la discriminante euro-atlantica viene giudicata alla stregua di una divergenza di vedute su un tema domestico, tipo il reddito di cittadinanza o simili. Idem sull’altro versante: Salvini e Berlusconi non pensano di presentarsi contro Giorgia Meloni, vogliono solo condizionarla.
Sembra sfuggire che ormai i due schieramenti si stanno sfaldando nel giudizio dell’opinione pubblica. In ogni caso non sarebbero in grado di proporsi come forza di governo, se arrivassero alle elezioni carichi di ogni ambiguità sulla politica estera. Letta dice di voler governare solo se avrà vinto le elezioni in modo chiaro. L’affermazione gli fa onore, ma sembra poco realistica quando al tempo stesso viene confermata l’alleanza con i 5S. A maggior ragione, un sistema proporzionale - da molti auspicato - finirebbe per fotografare la semi-paralisi, a voler dar retta ai sondaggi. C’è invece un interesse convergente da opposte posizioni e riguarda il Pd e Fratelli d’Italia: andare al voto liberi da coalizioni e con un modello maggioritario. Magari forzando le caratteristiche dell’attuale “Rosatellum”, se non è possibile approvare una nuova legge.