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Tutte le incognite della guerra del grano

Il blocco navale di Mosca fa marcire il grano
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Alla guerra del petrolio e del gas si aggiunge la guerra del pane, che avrà conseguenze globali e che allunga l’ombra del conflitto ucraino al teatro del Bosforo. Vediamo con ordine. Il blocco navale di Mosca nel Mar Nero sta lasciando marcire nei granai di Odessa milioni di tonnellate di grano. È l’ultima forma di uno scontro geopolitico che non interessa solo il destino dell’Ucraina ma riguarda anche la sicurezza alimentare dei paesi del Mediterraneo e Nord Africa, già messa a dura prova dalla pandemia, da mesi di siccità e da prezzi schizzati in alto. Come noto, Russia e Ucraina detengono insieme un terzo circa del commercio globale di grano. I paesi mediterranei e africani, fra cui attori strategicamente rilevanti per l’Italia come Libia ed Egitto, coprono con le importazioni da Kiev il 75% del loro fabbisogno alimentare. E non ci sono molte alternative in una fase in cui grandi produttori agricoli, come l’India, riducono l…

Alla guerra del petrolio e del gas si aggiunge la guerra del pane, che avrà conseguenze globali e che allunga l’ombra del conflitto ucraino al teatro del Bosforo. Vediamo con ordine. Il blocco navale di Mosca nel Mar Nero sta lasciando marcire nei granai di Odessa milioni di tonnellate di grano. È l’ultima forma di uno scontro geopolitico che non interessa solo il destino dell’Ucraina ma riguarda anche la sicurezza alimentare dei paesi del Mediterraneo e Nord Africa, già messa a dura prova dalla pandemia, da mesi di siccità e da prezzi schizzati in alto. Come noto, Russia e Ucraina detengono insieme un terzo circa del commercio globale di grano. I paesi mediterranei e africani, fra cui attori strategicamente rilevanti per l’Italia come Libia ed Egitto, coprono con le importazioni da Kiev il 75% del loro fabbisogno alimentare. E non ci sono molte alternative in una fase in cui grandi produttori agricoli, come l’India, riducono le esportazioni per fare fronte a problemi di raccolto legati a fattori climatici. È una tempesta perfetta. Che prepara — avverte il World Food Programme — un’emergenza alimentare globale. La fame aumenterà per decine di milioni di persone, fino a cifre shock sui livelli di denutrizione.
Per la Russia, colpire il “granaio del mondo”, l’Ucraina, significa distruggerne risorse e morale: a Kiev si comincia a rievocare la grande carestia (Holodomor) provocata dalle politiche di Stalin negli anni Trenta del Novecento. Ma usando il grano come un’arma del suo disegno neo-imperiale, la Russia si assume anche la responsabilità collaterale di accentuare la crisi alimentare già in atto a Sud dell’Europa. Il nostro paese, dimostra il precedente del 2011, ne sarà direttamente interessato.


È concepibile un intervento internazionale? Per rispondere è bene avere chiara la posta in gioco per Mosca, che sta cercando di compensare le difficoltà della guerra terrestre con il controllo dei porti del Mare di Azov e del Mar Nero. Le frustrazioni della guerra terrestre trovano insomma un tentativo di riequilibrio nella guerra navale. Mentre nei territori occupati i soldati di Mosca distruggono o sottraggono il grano ucraino — destinandolo in parte alla Siria dell’alleato Bashar al-Assad — il blocco russo di Odessa diventa una contropartita per le sanzioni occidentali: finché non saranno allentate, questa la tesi di Mosca, le navi russe non faranno uscire neanche un chicco di grano dai porti ucraini.

Una soluzione concertata con Mosca sembra quindi difficile. Ma lo è anche una soluzione imposta. Anzitutto, le acque che bagnano i porti del Mar Nero sono state minate da Kiev per impedire uno sbarco russo. E un vecchio detto militare spiega che mettere una mina è facile, toglierla è un’impresa. L’ammiraglio americano James Stavridis propone un’operazione della Nato per scortare attraverso il Bosforo le 80 navi commerciali bloccate nei porti ucraini. C’è un precedente cui fare riferimento: la missione con cui la Marina americana fece da scudo, nel 1987-88, alle petroliere nel Golfo persico durante la guerra tra Iraq e Iran. Ma un intervento della Nato nel Mar Nero suonerebbe come una provocazione diretta contro Mosca, al pari o peggio della tanto discussa “no-fly zone”. Gli Stati Uniti stanno muovendosi in modo indiretto, fornendo agli ucraini le armi per rompere il blocco di Mosca. Uno sviluppo in questo senso è la decisione del Pentagono di inviare a Kiev, dopo l’affondamento della Moskva, nuovi missili anti-nave. Lo stesso fa Londra. Una soluzione alternativa passa dalle vie terrestri: un corridoio che trasporti il grano ucraino fino ai confini della Romania, verso il porto di Costanza, o in direzione dei Baltici. Può in parte funzionare, ma con i rischi legati ai bombardamenti russi delle infrastrutture di trasporto e in tempi così dilazionati da non potere evitare la catastrofe alimentare.

In teoria, aprire un corridoio navale per l’esportazione di grano richiederebbe tre componenti: il governo di Kiev deve accettare lo sminamento e “invitare” una missione internazionale nelle proprie acque territoriali; la Turchia — che avvalendosi della Convenzione di Montreux del 1936 ha chiuso l’ingresso del Mar Nero a tutte le navi militari — deve acconsentire; una coalizione di paesi, fra cui i paesi europei con capacità navali, deve costruire una missione internazionale di sicurezza a scopi umanitari per scortare i mercantili commerciali. Auspicabilmente con il sostegno politico dei paesi del Sud più colpiti dalla crisi alimentare. Mosca dovrà decidere come rispondere, bilanciando l’emergenza fame globale e i propri obiettivi di guerra in Ucraina.
Controllare Odessa significa, per il Cremlino, privare l’Ucraina dell’accesso al mare, riducendola a un territorio depotenziato. Ma bloccando quel porto che i racconti di Babel’ hanno reso immortale, la Russia rischia anche di perdere se stessa e quel poco che resta della propria immagine internazionale.