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La dottrina Gerasimov e noi

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Il generale russo è lo stratega di Putin che sposta il centro di gravità da campo di battaglia alla fase precedente al conflitto,  accompagnato da disinformazione, propaganda, sabotaggio, attacchi cyber
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Il fallimento militare russo in Ucraina è anche, e forse soprattutto, il fallimento della cosiddetta "dottrina Gerasimov", che prende il nome dal suo ideatore, il generale Gerasimov, attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa russa. Avendo ricoperto il ruolo dal 2012 egli è anche il responsabile principale, assieme al suo ministro Shoigu, altro fedelissimo di Putin, del programma di riarmo ed ammodernamento delle Forze Armate russe, così come della loro evoluzione dottrinaria. Il pensiero del generale si articola, oltre che sul concetto di "difesa attiva" che riguarda la protezione del territorio russo, attorno ad una serie di princìpi offensivi che integrano prevalenti aspetti non militari accanto a quelli militari, noti appunto come la dottrina Gerasimov, che suscita dibattiti tra gli studiosi da quando è apparsa nel 2013. Che essa sia o meno una dottrina consolidata interessa poco; i precetti definiti dal generale caratterizza…

Il fallimento militare russo in Ucraina è anche, e forse soprattutto, il fallimento della cosiddetta "dottrina Gerasimov", che prende il nome dal suo ideatore, il generale Gerasimov, attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa russa. Avendo ricoperto il ruolo dal 2012 egli è anche il responsabile principale, assieme al suo ministro Shoigu, altro fedelissimo di Putin, del programma di riarmo ed ammodernamento delle Forze Armate russe, così come della loro evoluzione dottrinaria. Il pensiero del generale si articola, oltre che sul concetto di "difesa attiva" che riguarda la protezione del territorio russo, attorno ad una serie di princìpi offensivi che integrano prevalenti aspetti non militari accanto a quelli militari, noti appunto come la dottrina Gerasimov, che suscita dibattiti tra gli studiosi da quando è apparsa nel 2013. Che essa sia o meno una dottrina consolidata interessa poco; i precetti definiti dal generale caratterizzano bene la tattica di guerra ibrida russa che mette a sistema tutta una gamma di attività per giungere alla più completa vittoria finale.

La dottrina attinge a tattiche sovietiche sulla guerra totale per giungere ad una teoria della guerra moderna che mira allo smantellamento della società del nemico prima di attaccarlo frontalmente. Per dirla con Gerasimov "le regole fondamentali di guerra sono cambiate. Il ruolo dei mezzi non militari per raggiungere obiettivi politici e strategici è cresciuto e, in molti casi, ha superato in efficacia il potere della forza delle armi... Tutto questo è integrato da mezzi militari di carattere occulto". Ed ancora, "l'enfasi nei metodi di lotta è posta sull'uso diffuso di strumenti politici, economici, di comunicazione, umanitari e altri non militari... l'utilizzo palese della forza, spesso con il pretesto del mantenimento della pace e gestione della crisi, avviene solo ad un certo stadio, principalmente per ottenere il successo definitivo nel conflitto". Il "certo stadio," nel caso ucraino, è arrivato il 24 febbraio. Solo che, a differenza dell'invasione della Crimea, del Donbass e di Lugansk, in Ucraina non ha funzionato, lasciando ai russi poche alternative. Le quinte colonne russe in Ucraina sono state neutralizzate, l'assalto delle forze speciali sull'aeroporto di Hostomel nei pressi di Kiev è fallito, l'esercito russo è stato fermato per tutti i motivi noti e il fronte interno ucraino è stato rafforzato piuttosto che indebolito dagli accadimenti registratisi nel Paese dal 2014 in poi e puntellato dall'incondizionato appoggio americano ed occidentale. Un fallimento sistemico da parte russa, in cui gli strumenti operativi non si sono dimostrati all'altezza, minati da corruzione, errori di valutazione e misconoscenza del terreno virtuale dello scontro.

Resta la "difesa attiva", reminiscente della tattica russa e sovietica con le quali vennero affrontate le invasioni napoleonica e tedesca, per la quale lo strumento militare del Cremlino sembra impreparato quanto lo è stato per l'aggressione ucraina ed i cui principi non sono evidentemente applicabili ad una offensiva. Come hanno rilevato anche altri, la descrizione di Clausewitz della guerra come continuazione della politica con altri mezzi viene rovesciata nella dottrina Gerasimov, che non considera più la guerra come una continuazione della politica ma piuttosto la politica come una continuazione della guerra, sottolineando come una efficace conduzione politica può implicare l'uso di mezzi e metodi militari accanto a quelli a cui si ricorre tradizionalmente. Allo stesso modo la dottrina Gerasimov impone una riconsiderazione di altri importanti princìpi bellici, come la comprensione teorico-militare di Clausewitz del "centro di gravità" quale punto chiave dello sforzo offensivo. Il centro di gravità si sposta dal campo di battaglia alla fase precedente al conflitto, che viene poi accompagnato dalle altre azioni (disinformazione, propaganda, sabotaggio, attacchi cyber e quant'altro). In Occidente coloro che studiano il pensiero militare russo sottolineano la focalizzazione della dottrina Gerasimov sullo sfruttamento degli anelli deboli del processo decisionale delle nostre democrazie, basate come sono su un sistema di pesi e contrappesi tra una molteplicità di attori politici, il rilievo dell'opinione pubblica e dei media e un ampio dibattito aperto che spesso finiscono per indebolire la nostra determinazione.

E del resto come potrebbe un Paese con un'economia basica, un Pil che è solo tre quarti di quello del Texas ed un esercito nel mezzo di un profondo processo di ammodernamento e già impegnato in due guerre competere con una coalizione di democrazie più ampia e ricca? Solamente rivoltando le sue norme ed istituzioni democratiche contro sé stessa, allargando le linee di frattura esistenti nelle società democratiche e cogliendo ogni opportunità per neutralizzare l'Occidente in quella che il diplomatico e studioso americano George Kennan chiamava appunto guerra politica. Cosa che, se non ha funzionato in Ucraina, sembra funzioni almeno in Italia, come rileva Maurizio Molinari nel suo editoriale di domenica scorsa.