La disperazione delle banche centrali
di Francesco Guerrera , di Francesco GuerreraLa guerra in Ucraina, con le sue nefaste conseguenze umane e ripercussioni economiche che vanno ben oltre il campo di battaglia - dal grano, all'energia, al costo della vita in Occidente - sta complicando una situazione già difficilissima per le banche centrali di Stati Uniti e Europa.
L'impennata nei costi di materie prime, cibo e benzina pone la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea di fronte ad una sfida non vista dai tempi della seconda guerra mondiale.
Dovranno fare molto meglio di quanto fatto finora per superare questa prova.
Perché le prestazioni di Fed e Bce negli ultimi mesi stanno terrorizzando i mercati, rischiano di colpire le tasche di milioni di consumatori e potrebbero costargli il bene più importante: la credibilità. C…
La guerra in Ucraina, con le sue nefaste conseguenze umane e ripercussioni economiche che vanno ben oltre il campo di battaglia - dal grano, all'energia, al costo della vita in Occidente - sta complicando una situazione già difficilissima per le banche centrali di Stati Uniti e Europa.
L'impennata nei costi di materie prime, cibo e benzina pone la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea di fronte ad una sfida non vista dai tempi della seconda guerra mondiale.
Dovranno fare molto meglio di quanto fatto finora per superare questa prova.
Perché le prestazioni di Fed e Bce negli ultimi mesi stanno terrorizzando i mercati, rischiano di colpire le tasche di milioni di consumatori e potrebbero costargli il bene più importante: la credibilità. Come disse l'attore comico americano Will Rogers, spesso citato dal leggendario investitore Warren Buffett, "ci vuole una vita per costruire una buona reputazione, ma la si può perdere in un minuto".
Nel caso delle banche centrali, la loro reputazione - quella di proteggerci dall'inflazione che erode il nostro benessere come un tarlo malefico - è stata costruita in una "vita" precedente - da Paul Volcker, il mitico capo della Federal Reserve che riuscì a debellare il caro-prezzi rampante degli anni '70. E la distruzione di queste credenziali un tempo inattaccabili è stato un percorso lungo, segnato da molte crisi - finanziarie, sanitarie e, ora, belliche - e da pressioni politiche che hanno spinto i banchieri centrali a trasformarsi in Babbi (e Mamme) Natale, stampando centinaia di miliardi di dollari e euro per stimolare economie moribonde.
Ma la Storia, la congiuntura e le beghe dei governi non possono assolvere le banche centrali dalle loro responsabilità. Partiamo dalla fine, dalla notizia di questa settimana che la Fed ha considerato l'introduzione di una politica "restrittiva" per domare l'inflazione, ovvero aumenti dei tassi ancora più aggressivi di quelli già in cantiere per i prossimi mesi.
Questo è, di per sé, un sintomo di disperazione monetaria. E un'ammissione dell'errore fondamentale della banca centrale americana: ha aspettato troppo per alzare i tassi, perché convinta che la fiammata inflazionistica fosse un fenomeno temporaneo.
A dirla con l'ex-ministro del Tesoro Usa Larry Summers, "la politica della Fed è sempre stata quella di smettere di servire i cocktail quando la festa cominciava a scaldarsi. Ora è diventata quella di continuare a servire i cocktail fino a quando la prima persona non è stata portata in ospedale con un'intossicazione da alcol."
Se persino un guru economico del Partito democratico e keynesiano convinto come Summers la pensa così, è chiaro che la banca centrale ha sbagliato di grosso. Il problema per Jay Powell, l'avvocato nominato da Trump e confermato da Biden a capo della Fed, è che tentare di riportare sotto controllo un'inflazione ai livelli più alti in quasi mezzo secolo non sarà indolore.
Il pericolo più grande, in questo momento, è che dopo anni passati ad ingrassare le vacche con lo stimolo, Powell tenti una dieta dimagrante così drastica da far crollare gli Usa nella recessione o, peggio, la stagflazione (contrazione più caro-prezzi).
In Europa la situazione è oggettivamente diversa, per tre motivi: l'inflazione è più bassa che negli Usa, lo stimolo è stato più limitato e l'economia non è surriscaldata come oltreoceano.
Ma la Banca Centrale Europea non è la prima della classe. Anzi. Christine Lagarde, altra avvocata, e i suoi hanno peccato di connivenza e di pigrizia. Dico connivenza perché la Bce ha ripetuto la favola della Fed sul caro-prezzi "transitorio" e assecondato i colleghi di Washington quando, nell'agosto del 2020, hanno deciso di cambiare le regole del gioco e tollerare un livello d'inflazione più alto della norma.
Ma Francoforte è stata anche pigra, non facendo nulla anche quando era chiaro che l'inflazione non fosse un fuoco di paglia. La Bce, a differenza della Fed, si è almeno scusata, ammettendo di non essere riuscita a prevedere correttamente il livello del caro-prezzi. Come Powell, ora Lagarde sta utilizzando tutti i mezzi di comunicazione dell'era moderna per dire che i tassi saliranno, e pure in fretta.
Sono strategie, parole ed azioni un po' approssimative e tardive e, nel mondo della finanza, l'approssimazione e la tardività si pagano. I primi a soffrirne sono i mercati - e quindi i grandi investitori ma anche i fondi pensione, le assicurazioni e il piccolo risparmio. Ma il conto più salato arriverà se Powell e Lagarde non riescono a far passare le loro economie nella cruna dell'ago di un "atterraggio morbido", abbassando l'inflazione senza distruggere la crescita.
Quello sarebbe un errore con conseguenze lunghe e dannose sia per i cittadini sia per la credibilità delle istituzioni. Speriamo che i cervelloni di Washington e Francoforte si ricordino delle parole di un attore di vaudeville come Will Rogers.