✕

I vescovi e il Paese, la missione di Matteo Zuppi

Il nuovo presidente della Cei ha dimostrato anche ai più scettici di essere un prete del governo saggio, un cristiano imparziale, un uomo di pace e un pastore capace di stile sinodale. Adesso deve condividere queste virtù con tutti. Se ci riesce, l'Italia potrà contare sulla Chiesa nella crisi che la attende
2 minuti di lettura

Il cardinale Zuppi, arcivescovo di Bologna, è il primo presidente davvero eletto dalla Cei. Ogni suo predecessore dal 1952 al 2017 era stato scelto dal Papa, con o senza consultazioni. Con il cardinale Bassetti si iniziò a votare una terna. Ma in quella occasione era evidente che il Papa preferiva l'arcivescovo di Perugia: e questo gli valse 8 voti più del secondo.

Con Zuppi, al termine di una procedura molto delicata, è accaduto invece qualcosa di diverso. Sono stati i vescovi che hanno scelto un nome che li esprime: e Francesco ha acconsentito volentieri a fare del suo ex ausiliare il presidente della Cei senza forzature.

E ha fatto bene. Perché il problema dell'episcopato non è quanto un vescov…

Il cardinale Zuppi, arcivescovo di Bologna, è il primo presidente davvero eletto dalla Cei. Ogni suo predecessore dal 1952 al 2017 era stato scelto dal Papa, con o senza consultazioni. Con il cardinale Bassetti si iniziò a votare una terna. Ma in quella occasione era evidente che il Papa preferiva l'arcivescovo di Perugia: e questo gli valse 8 voti più del secondo.

Con Zuppi, al termine di una procedura molto delicata, è accaduto invece qualcosa di diverso. Sono stati i vescovi che hanno scelto un nome che li esprime: e Francesco ha acconsentito volentieri a fare del suo ex ausiliare il presidente della Cei senza forzature.

E ha fatto bene. Perché il problema dell'episcopato non è quanto un vescovo somiglia al Papa o quante volte ne ripete con convinzione o cortigianeria le parole chiave, ma quanta comunione esprime. Perché la comunione dei vescovi che diventa comunione delle chiese è grazia della eucarestia e frutto dello Spirito.

Il 24 maggio, dunque, si votava sulla capacità dei vescovi di certificare l'insufficienza di quella comunione e di crearla. L'esito era incerto. Non perché ci fosse - come sempre - qualche vescovetto vanitoso che non riesce a non trattare da usurpatore chi è salito su cattedre più alte della sua o perché ci sia - come sempre - qualche emerito che non ha le qualità spirituali per esercitare la discrezione e di cui ha dato prova Benedetto XVI.

Il problema erano quei vescovi che - dopo i dieci anni della decantazione prudente del cardinale Bagnasco e quella amichevole del cardinale Bassetti - sembravano smarriti. Alcuni espliciti nel rimpiangere il verticismo di Ruini che nemmeno avevano conosciuto e il cinismo politico con cui la sua chiesa riuscì sempre a far vincere Berlusconi (ma mai contro Prodi) e riuscì sempre a far cadere Prodi (ma mai senza macchinazioni). Altri paralizzati dalla drammaticità dei dilemmi che avevano e hanno davanti.

Smontare teologicamente una predicazione che ha sovrapposto al Vangelo la superstizione maschilista che apre la porta ad abusi, omertà e femminicidi, oppure limitarsi al moralismo masochista che ha solo "vergogna" (vereor gognam) e se ne infischia di un delitto che attraversa l'intera società e travolge la vita di bambini e bambine?

In questo clima, in cui dire "pace" sembra una bestemmia disfattista, la Chiesa può dire che quello è il nome di Cristo o deve solo decidere di chi essere chierichetta? E il sinodo può essere un effettivo cammino di grazia in cui decidere cosa sarà il ministero dopo l'estinzione del clero o deve imbastire riunioni e questionari?

Chiamato al voto è stato questo episcopato che ha eletto Zuppi e per un motivo che il Papa, forse, ha riconosciuto. Nessuno chiede a Zuppi d'essere il terzo presidente di una decantazione assopita o la longa manus di un Papa dal braccio già lunghissimo o il piazzista di un partitino cattolico morto e rimorto.

A Zuppi la Chiesa italiana ha chiesto e chiede di essere se stesso: e se glielo chiede la Chiesa, che ogni domenica porta a messa due volte i manifestanti di Cofferati contro l'articolo 18, glielo chiede il Paese.

Al di là infatti delle banalità stucchevoli sul "prete di strada" e sul "cardinale in bicicletta", Zuppi ha un mandato. Vaccinato dall'autoironia dal suo blasone ecclesiastico (è nato in Vaticano dalla sorella del segretario di Pio XI, e dal direttore dell'Osservatore della Domenica) Zuppi ha dimostrato a Bologna anche ai più scettici di essere un prete del governo saggio, un cristiano imparziale, un uomo di pace e un pastore capace di stile sinodale: adesso deve condividere queste virtù con il segretario generale e con tutti. Se ci riesce, il Paese potrà contare sulla Chiesa nella crisi che lo attende.