C’è in ballo molto più che la decisione sull’embargo del petrolio russo al vertice europeo di lunedì e martedì a Bruxelles. Ventisei leader che rappresentano 440 milioni di cittadini devono dimostrare al mondo che non possono essere bloccati dal capo di un governo, l’ungherese Viktor Orbán, che ne rappresenta 10 milioni: il due per cento. Questo è un imperativo politico e morale, soprattutto quando, come ha ricordato loro Zelensky, ogni giorno di ritardo nel varare il sesto pacchetto di sanzioni prolunga la guerra e viene pagato con la morte degli ucraini sotto le bombe russe.
Eppure sono settimane che il balletto immorale del veto ungherese si trascina. E sporca l’immagine di una Europa che pure aveva saputo reagire con forza e prontezza alla sfida che Putin le aveva lanciato. Certo l’Unione europea, come ogni democrazia, è fatta di regole. E le regole previste dai Trattati dicono che le sanzioni devono es…
C’è in ballo molto più che la decisione sull’embargo del petrolio russo al vertice europeo di lunedì e martedì a Bruxelles. Ventisei leader che rappresentano 440 milioni di cittadini devono dimostrare al mondo che non possono essere bloccati dal capo di un governo, l’ungherese Viktor Orbán, che ne rappresenta 10 milioni: il due per cento. Questo è un imperativo politico e morale, soprattutto quando, come ha ricordato loro Zelensky, ogni giorno di ritardo nel varare il sesto pacchetto di sanzioni prolunga la guerra e viene pagato con la morte degli ucraini sotto le bombe russe.
Eppure sono settimane che il balletto immorale del veto ungherese si trascina. E sporca l’immagine di una Europa che pure aveva saputo reagire con forza e prontezza alla sfida che Putin le aveva lanciato. Certo l’Unione europea, come ogni democrazia, è fatta di regole. E le regole previste dai Trattati dicono che le sanzioni devono essere approvate all’unanimità. Questo dà a Orbán uno straordinario strumento di ricatto. Anche altri Paesi dell’Europa centro-orientale, dalla Slovacchia alla Romania, sono fortemente dipendenti dal petrolio russo, dunque hanno molto da perdere se il sesto pacchetto di sanzioni venisse approvato. Tuttavia la diplomazia comunitaria era riuscita, con pazienza e promesse di aiuti, a ottenere il loro consenso. Ma Orbán, no. Il pieno di carburante degli automobilisti ungheresi, dove tra l’altro la benzina costa 1,2 euro al litro, è sacro e inviolabile. Il capo del governo di Budapest, che si vanta di aver appena vinto le elezioni «contro Zelensky e contro Bruxelles», non vuole sentire ragioni. Se una mancata decisione al vertice di lunedì danneggia l’immagine dell’Europa, meglio. Se allunga la guerra di Putin, e la lista delle vittime ucraine, meglio ancora.
Le motivazioni che spiegano la posizione di Orbán sono tre. La prima è l’oggettiva dipendenza ungherese dal petrolio russo. Non avendo sbocchi sul mare, l’Ungheria riceve la maggior parte del petrolio attraverso l’oleodotto “Drushba” (“amicizia”, in russo), che parte dalla Russia e attraverso l’Ucraina. La seconda è che, bloccando il nuovo pacchetto di sanzioni europee, il teorico della «democrazia illiberale» fa un grosso favore al suo amico, alleato e referente politico Vladimir Putin. Ancora ieri, incontrando Marine Le Pen, Orbán si è detto contrario alle sanzioni Ue contro la Russia. Non solo all’embargo sul petrolio, ma a tutte le misure che indeboliscono Mosca. Sono posizioni che, in questi tempi di totale isolamento, il regime russo è pronto a ricompensare generosamente.
Ma la terza ragione è probabilmente la più importante. L’Ungheria si trova da tempo sotto procedura di infrazione europea per le ripetute violazioni dello stato di diritto messe in atto dal suo governo. Applicando le nuove direttive approvate l’inverno scorso, la Commissione ora può bloccare i fondi europei destinati a Budapest, di cui gli amici e i compari di Orbán sono i principali beneficiari. Anche questa, a ben vedere, è una forma di sanzione. Ma, senza quei sei miliardi di euro che riceve ogni anno (ogni cittadino ungherese costa al bilancio ue circa seicento euro) Orbán difficilmente potrebbe conservare il potere, persino nella sua democrazia illiberale. Quindi il ricatto sul petrolio russo è anche un modo per cercare di riavere quei finanziamenti forzando la regola sullo stato di diritto.
Adesso, nelle poche ore che mancano al vertice europeo, si tratta febbrilmente per risolvere la situazione. Un compromesso percorribile potrebbe essere di bloccare il petrolio russo che arriva via mare (e che rappresenta circa il 90 per cento delle importazioni), lasciando temporaneamente aperti gli oleodotti, e quindi anche “Drushba”. Questo colpirebbe duramente le finanze russe, ma risparmierebbe l’Ungheria.
La proposta di mediazione rappresenta una specie di prova del nove sulle vere intenzioni di Orbán. Se realmente avesse a cuore solo l’interesse degli ungheresi, non avrebbe seri motivi per rifiutare il suo accordo. Ma se insisterà nel suo veto, come minaccia di fare, sarà chiaro che le sue priorità sono altre: favorire la guerra di Putin, e ottenere un salvacondotto per continuare a violare impunemente lo stato di diritto nel proprio Paese. Possono gli altri ventisei capi di governo restare a guardare senza reagire?