Partire o restare, questo è il dilemma. Se sia più nobile tollerare il sarcasmo di un passato che vorresti seppellire, o andare finalmente a incontrare l'uomo sulle cui ali sognavi di volare e che oggi ti trascina giù, verso il fondo dei sondaggi. Sembra quasi di vederlo, Matteo Salvini che si tormenta come Amleto e si chiede se sia davvero meglio partire per Mosca, con la trasparente speranza di trovarsi di fronte l'uomo che per lui fu "una delle persone più lungimiranti al potere sulla faccia della Terra", oppure restare a Roma, a occuparsi di catasto e di balneari, per non essere segretamente sospettato di essere sotto ricatto dell'amico russo e palesemente accusato di combinare uno spettacolare pasticcio diplomatico.
Partire o restare, questo è il dilemma. Se sia più nobile tollerare il sarcasmo di un passato che vorresti seppellire, o andare finalmente a incontrare l'uomo sulle cui ali sognavi di volare e che oggi ti trascina giù, verso il fondo dei sondaggi. Sembra quasi di vederlo, Matteo Salvini che si tormenta come Amleto e si chiede se sia davvero meglio partire per Mosca, con la trasparente speranza di trovarsi di fronte l'uomo che per lui fu "una delle persone più lungimiranti al potere sulla faccia della Terra", oppure restare a Roma, a occuparsi di catasto e di balneari, per non essere segretamente sospettato di essere sotto ricatto dell'amico russo e palesemente accusato di combinare uno spettacolare pasticcio diplomatico.
E così anche stavolta la lontana tragedia della guerra viene risucchiata da una povera commedia vista da vicino, dove il protagonista - lui, il leader della Lega - è tentato, tentatissimo, dal sogno di uscire dal Cremlino con la ricetta magica per la pace in Ucraina, mentre tutti gli altri personaggi gli ricordano chi con ruvidità chi con dolcezza che lui non ha nessun titolo per discutere di nulla, e che anzi può fare solo danni perché - glielo ha detto chiaro e tondo Giorgia Meloni - "non bisogna dare segnali di crepe nel fronte dell'Occidente".
Diciamo la verità: nessuno si stupisce davvero, conoscendolo. Salvini, pessimo stratega e tattico fallito - vedi Conte-due e Mattarella-bis - è uno che segue l'istinto. E l'istinto gli dice che deve assolutamente inventarsi qualcosa per fermare il suo declino. Tre anni fa lui era a un passo dal trionfo, con quel 34,3 per cento conquistato alle Europee cavalcando dal Viminale la paura dei migranti. Ora, sarà stata la pandemia che lo ha sorpreso sul fronte sbagliato, sarà stata la guerra in Ucraina che ha reso imbarazzante l'essere stato il più accanito fan di Putin (dopo Berlusconi, si capisce), fatto sta che negli ultimi sondaggi la sua Lega è precipitata al 15,6 per cento mentre il partito dell'alleata-concorrente Giorgia Meloni è passato dal 6,5 al 22,3 per cento, guadagnando la cima della classifica.
Certo, lui che adora parlare alla pancia del Paese sa che il 60 per cento degli italiani invoca una trattativa con Putin a tutti i costi, e che sull'invio di altre armi a Zelensky i pareri sono oggi più contrari che favorevoli. Ed è lì, in quella breccia tra la linea del governo e i sentimenti del Paese, che Salvini vorrebbe infilarsi. Come, non lo sa ancora. Da qui il dilemma: partire o restare?