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Viaggio a Mosca, Salvini al bivio

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Partire o no per Mosca è il dilemma che si trova davanti il segretario della Lega
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Partire o restare, questo è il dilemma. Se sia più nobile tollerare il sarcasmo di un passato che vorresti seppellire, o andare finalmente a incontrare l'uomo sulle cui ali sognavi di volare e che oggi ti trascina giù, verso il fondo dei sondaggi. Sembra quasi di vederlo, Matteo Salvini che si tormenta come Amleto e si chiede se sia davvero meglio partire per Mosca, con la trasparente speranza di trovarsi di fronte l'uomo che per lui fu "una delle persone più lungimiranti al potere sulla faccia della Terra", oppure restare a Roma, a occuparsi di catasto e di balneari, per non essere segretamente sospettato di essere sotto ricatto dell'amico russo e palesemente accusato di combinare uno spettacolare pasticcio diplomatico.

Partire o restare, questo è il dilemma. Se sia più nobile tollerare il sarcasmo di un passato che vorresti seppellire, o andare finalmente a incontrare l'uomo sulle cui ali sognavi di volare e che oggi ti trascina giù, verso il fondo dei sondaggi. Sembra quasi di vederlo, Matteo Salvini che si tormenta come Amleto e si chiede se sia davvero meglio partire per Mosca, con la trasparente speranza di trovarsi di fronte l'uomo che per lui fu "una delle persone più lungimiranti al potere sulla faccia della Terra", oppure restare a Roma, a occuparsi di catasto e di balneari, per non essere segretamente sospettato di essere sotto ricatto dell'amico russo e palesemente accusato di combinare uno spettacolare pasticcio diplomatico.

Ma ormai il suo dubbio è pubblico, lui prima fa sapere che partirà "nei prossimi giorni" poi corregge: "Non ho certezze che ci andrò". Un giorno avverte che "è un'ipotesi di lavoro" e il giorno dopo frena: "Non voglio entrare nel merito di qualcosa che magari non sarà". E come in un gioco surreale, si aggira chiedendo ai giornalisti la risposta che non riesce a dare: "Mi chiedono se andrò a Mosca. Lo chiedo a voi".

E così anche stavolta la lontana tragedia della guerra viene risucchiata da una povera commedia vista da vicino, dove il protagonista - lui, il leader della Lega - è tentato, tentatissimo, dal sogno di uscire dal Cremlino con la ricetta magica per la pace in Ucraina, mentre tutti gli altri personaggi gli ricordano chi con ruvidità chi con dolcezza che lui non ha nessun titolo per discutere di nulla, e che anzi può fare solo danni perché - glielo ha detto chiaro e tondo Giorgia Meloni - "non bisogna dare segnali di crepe nel fronte dell'Occidente".

Eppure non c'è nulla da fare, perché niente e nessuno riesce a scacciare questa idea che gli frulla nella testa da quando ha chiesto il visto per la Russia e progettato un viaggio Milano-Istanbul-Mosca. Dunque giura che lui non vuole scavalcare Draghi, ci mancherebbe, "il mio è un ribadire, un aggiungere e rafforzare". Si rifugia nella modestia: "Sono piccolissimo, faccio quello che posso, mattoncino su mattoncino". E anche se non ha certezza su quel che sarà, dice di sapere bene ciò che non sarà: "Non vado a giocare a bocce o a vedere il Milan", andare a Mosca "non è come fare un weekend a Forte dei Marmi". E però il dilemma resta lì, intatto: partire o restare?

Diciamo la verità: nessuno si stupisce davvero, conoscendolo. Salvini, pessimo stratega e tattico fallito - vedi Conte-due e Mattarella-bis - è uno che segue l'istinto. E l'istinto gli dice che deve assolutamente inventarsi qualcosa per fermare il suo declino. Tre anni fa lui era a un passo dal trionfo, con quel 34,3 per cento conquistato alle Europee cavalcando dal Viminale la paura dei migranti. Ora, sarà stata la pandemia che lo ha sorpreso sul fronte sbagliato, sarà stata la guerra in Ucraina che ha reso imbarazzante l'essere stato il più accanito fan di Putin (dopo Berlusconi, si capisce), fatto sta che negli ultimi sondaggi la sua Lega è precipitata al 15,6 per cento mentre il partito dell'alleata-concorrente Giorgia Meloni è passato dal 6,5 al 22,3 per cento, guadagnando la cima della classifica.

Purtroppo per lui, l'istinto non è infallibile. A marzo la sua ideona di organizzare "un'invasione pacifica" dell'Ucraina, "con 100 mila non-combattenti disarmati per la pace", ha ricevuto la stessa accoglienza che avrebbe avuto il progetto di spostare il Colosseo a Milano. E quando ha deciso di andare in Polonia "in missione di pace", ha trovato ad aspettarlo il sindaco di Przemysl che gli mostrava gelidamente la maglietta con il volto di Putin e la scritta "Armata russa" con cui il leader leghista si era fatto fotografare nella Piazza Rossa.

Certo, lui che adora parlare alla pancia del Paese sa che il 60 per cento degli italiani invoca una trattativa con Putin a tutti i costi, e che sull'invio di altre armi a Zelensky i pareri sono oggi più contrari che favorevoli. Ed è lì, in quella breccia tra la linea del governo e i sentimenti del Paese, che Salvini vorrebbe infilarsi. Come, non lo sa ancora. Da qui il dilemma: partire o restare?