Era fondata sul lavoro
di Michele Serra , di Michele SerraLa pandemia e la guerra in Europa, per quanto terribili, possono essere considerate catastrofi di passaggio, che vengono e vanno. Lasciano lutti e macerie, ma non sono vizi strutturali della nostra società. Solo tre anni fa non se ne aveva notizia, e fra tre anni chissà non siano solo un pessimo ricordo. Non così le diseguaglianze sociali, che segnano una differenza permanente e profonda, di vita e di destino, tra membri di una stessa comunità.
Nel febbraio del 2015, nel discorso di insediamento del suo primo settennato, Sergio Mattarella indicava, come sintesi dei valori repubblicani, "l'unità costituita dall'insieme delle attese e delle aspirazioni dei nostri concittadini". Aggiungendo che "questa unità rischia di essere difficile, fragile, lontana". Individuava "nelle nuove povertà, nell'emarginazione e nella solitudine" il male da combattere. Aggiungeva che "garantire la Costituzione …
La pandemia e la guerra in Europa, per quanto terribili, possono essere considerate catastrofi di passaggio, che vengono e vanno. Lasciano lutti e macerie, ma non sono vizi strutturali della nostra società. Solo tre anni fa non se ne aveva notizia, e fra tre anni chissà non siano solo un pessimo ricordo. Non così le diseguaglianze sociali, che segnano una differenza permanente e profonda, di vita e di destino, tra membri di una stessa comunità.
Nel febbraio del 2015, nel discorso di insediamento del suo primo settennato, Sergio Mattarella indicava, come sintesi dei valori repubblicani, "l'unità costituita dall'insieme delle attese e delle aspirazioni dei nostri concittadini". Aggiungendo che "questa unità rischia di essere difficile, fragile, lontana". Individuava "nelle nuove povertà, nell'emarginazione e nella solitudine" il male da combattere. Aggiungeva che "garantire la Costituzione significa garantire il diritto al futuro dei nostri ragazzi... riconoscere e rendere effettivo il diritto al lavoro".
Nessuno pretende che le parole della politica, per quanto alte, trovino la loro immediata applicazione nella prassi. Certo colpisce che quelle parole di Mattarella possano essere spese, identiche, anche oggi, 2 giugno 2022, nel compleanno della Repubblica e nel primo anno del suo secondo settennato. Come se il doppio sconquasso pandemia-guerra, con le sue pesantissime ricadute economiche, avesse solamente aggravato, non certo creato, la vera enorme questione irrisolta della democrazia, che è l'uguaglianza delle possibilità. Tutti uguali in partenza, poi sarà la vita a valorizzare i meriti individuali.
Si è pensato, per almeno due generazioni, dalla Ricostruzione al Duemila, che il lavoro fosse il terreno sul quale sperimentare, nei termini più concreti, e anche più conflittuali, la partita dei diritti, le speranze di miglioramento sociale, la lotta per l'equità e per una più equilibrata ripartizione del potere tra le classi sociali. Ma il lavoro era, nell'identità degli italiani, nella loro esperienza di vita, forse il fattore centrale: ogni persona era anche, se non soprattutto, il lavoro che faceva. Per molti, e da molti anni, non è più così. Il lavoro ha perso centralità, anche centralità esistenziale. Non si è più il lavoro che si fa, specie tra molti italiani delle nuove generazioni. E perfino il mito del "posto fisso", pigro e stagnante, alla Checco Zalone, rimanda a un'Italia, se non estinta, abbastanza residuale.
I dati Istat di ieri segnano il massimo storico dei lavoratori precari, tre milioni e 166 mila. Calano i lavoratori dipendenti e i lavoratori autonomi. Aumentano di parecchio gli "inattivi", coloro che non hanno lavoro e nemmeno più lo cercano, la misteriosa zona grigia di chi a quella gara ha scelto di non partecipare più, o è stato costretto al ritiro. Dico misteriosa perché i segnali di una sorta di auto-dimissione di massa dal lavoro sono molteplici, non solamente in Italia, e per quanto varie o imperscrutabili siano le cause del fenomeno (assistenzialismo? Depressione? Scelte di vita più austere e più libere? Nuove forme di mutualismo ancora carsiche? Rifiuto dello sfruttamento?), dicono tutte che il lavoro è meno importante, meno decisivo di prima.
Che lo sia per disperazione di chi lo cerca e non lo trova, o per ragioni sociali e culturali più profonde, che scopriremo negli anni a venire, non si sa. Ma per una Repubblica fondata sul lavoro, che oggi celebra se stessa per celebrare i suoi sacrosanti princìpi di uguaglianza, di inclusione e di progresso, questo cambiamento non è poca cosa. È un rivolgimento storico, uno choc e anche un cruccio, perché quella leva formidabile di riscatto sociale, dunque di lotta alle disuguaglianze, di redistribuzione di reddito e di influenza politica, oggi appare molto più in ombra, più inafferrabile.
La Repubblica fondata sul lavoro fatica a ritrovare il bandolo delle proprie ragioni costitutive: se il lavoro è una nebulosa così vaga, precaria, cangiante, su quale terreno fondare, e con quali strumenti avverare quella "unità delle attese e delle aspirazioni dei nostri concittadini" dei quali Sergio Mattarella parlò insediandosi al Quirinale?