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Partiamo dalla produttività

(ansa)

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Il dibattito sui salari: l'Italia è l'unico Paese dove dal 1990 sono scesi
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In Europa, l'Italia e la Grecia hanno i livelli più bassi di produttività e al contempo gli orari di lavoro più lunghi e i salari più bassi. Questo dovrebbe spingere, per non scadere nella propaganda, a prendere seriamente il tema e a non limitarsi a chiedere "aumentiamo i salari" senza mai dire come. Il primo problema è il ricorso alle medie, che mettono insieme territori, dimensioni aziendali, settori, pubblico e privato. La dinamica salariale europea, segnalata dall'Ocse, per cui dal 1990 a oggi siamo l'unico Paese europeo con un segno negativo (-2,90%), certo è una media. Ma in 30 anni, quanto emerge, è inaccettabile. I nodi di più difficile soluzione sono sempre quelli su cui siamo tutti d'accordo (perché la soluzione, poi, è sempre nelle tasche di altri). Chi è contro l'aumento dei salari? Nessuno.

In Europa, l'Italia e la Grecia hanno i livelli più bassi di produttività e al contempo gli orari di lavoro più lunghi e i salari più bassi. Questo dovrebbe spingere, per non scadere nella propaganda, a prendere seriamente il tema e a non limitarsi a chiedere "aumentiamo i salari" senza mai dire come. Il primo problema è il ricorso alle medie, che mettono insieme territori, dimensioni aziendali, settori, pubblico e privato. La dinamica salariale europea, segnalata dall'Ocse, per cui dal 1990 a oggi siamo l'unico Paese europeo con un segno negativo (-2,90%), certo è una media. Ma in 30 anni, quanto emerge, è inaccettabile. I nodi di più difficile soluzione sono sempre quelli su cui siamo tutti d'accordo (perché la soluzione, poi, è sempre nelle tasche di altri). Chi è contro l'aumento dei salari? Nessuno.


A favorire l'impaludamento del dibattito è proprio la confusione tra causa ed effetto, tra mezzi e fini: il reddito di cittadinanza non è certo causa del basso tasso di occupazione ma neanche un antidoto ai bassi salari. Bisogna fare in modo che sia uno strumento efficace contro la povertà e che quest'ultima non sia una condanna a vita. Al momento le politiche attive creano lavoro solo per gli esperti di politiche attive. Sarebbero importantissime se fossero opportunità vere.
Il salario minimo può avere un effetto sul lavoro povero, quello non coperto dalla contrattazione collettiva (de iure o de facto) e non deve essere in concorrenza con essa. In ogni caso, aumentare i salari e combattere il lavoro povero sono due azioni serie ma non coincidenti.


Abbiamo un problema di ampiezza del cuneo fiscale (per semplificare la distanza tra il lordo e il netto), che è dieci punti sopra la media europea. L'Irpef ha aliquote troppo alte e pagate da troppi pochi italiani. Al netto di tutte queste considerazioni, i nostri salari sono troppo bassi e il lavoro è l'ambito dell'economia più tassato. A questo si aggiunge una difficoltà, diffusa nel pubblico ma anche nel privato, ad affrontare la questione produttività. Scambiata per qualcos'altro, proprio per non affrontarla.
In Italia, dal 1999 al 2019, il Pil per ora lavorata è cresciuto del 4,2%, mentre in Francia e Germania è aumentato rispettivamente del 21,2 e del 21,3%. La produttività totale dei fattori, un indicatore che misura il grado di efficienza complessivo di un'economia, è diminuita del 6,2% tra il 2001 e il 2019, a fronte di un generale aumento a livello europeo.


La produttività dipende da ciò che avviene dentro le fabbriche o gli uffici, ma anche dal contesto. Se tutto ciò che c'è attorno al lavoro non funziona, prendersela con il fattore lavoro è singolare. In Italia la produttività del lavoro non cresce per il gap tecnologico e di formazione , per taglia dimensionale media troppo piccola e un numero di imprese "zombie" (quelle a rischio fallimento) tra i più alti e differenziata, ma mediamente alta, inefficienza dello Stato. A questo si aggiunge uno dei mercati del lavoro con le più alte diseguaglianze d'Europa. Crescono gli inattivi e i contratti atipici, soprattutto i "part-time obbligatori".
Per anni l'equazione che la produttività stagnante fosse causata da salari troppo alti ha tenuto in scacco il dibattito e le politiche, con dati di fatto che non erano tali. Se vediamo invece il clup (costo del lavoro per unità di prodotto), il salario ha bassissima incidenza, in luogo di altri fattori, tra cui appunto, la taglia dimensionale d'impresa. Nelle aziende sopra i 200 dipendenti abbiamo un clup su livelli pari a quello del fortissimo Baden Wurtemberg tedesco, sotto i 20 dipendenti invece abbiamo un clup altissimo e insostenibile.


Il primo obiettivo è generare produttività, e su questo favorire crescita delle imprese e dotarsi di un'infrastruttura di generazione e trasferimento tecnologico simile al Fraunhofer tedesco. E poi rivoluzionare i sistemi di inquadramento professionale e di maggiore qualificazione dei lavoratori. In Italia la professionalità non la si valorizza e men che meno la si paga. Stimolare accordi sulla produttività a livello di azienda o territorio (da non con confondere con timbri per defiscalizzazione). Incidere davvero sui colli di bottiglia come l'inefficienza delle pubbliche amministrazioni. Un conto è difendere il potere d'acquisto, un altro è distribuire la produttività secondo medie nazionali immobilizzando i salari. Tutto ciò, fa di noi un Paese che ripartisce male la ricchezza che genera. Le diseguaglianze crescono ed è inaccettabile farle crescere con denaro pubblico.