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Pechino cancella Tienanmen

Taipei (Taiwan): bambini accendono candele per il 33esimo anniversario di Piazza Tienanmen, il 4 giugno 1989 (89-6-4) (reuters)

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La strage di 33 anni fa non ha più monumenti, quelli eretti a Hong Kong, abbattuti. Nel clima di paura dell'ex colonia inglese, perfino le campane delle chiese son rimaste silenziose, niente rintocchi per la libertà perduta. I pochi, coraggiosi, dissidenti, arrestati e condannati
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"Nessun governo al mondo avrebbe mai tollerato che la piazza principale della capitale fosse occupata per otto settimane... la repressione era inevitabile... ": a commentare così la strage che il 4 giugno del 1989, a Pechino, da piazza Tienanmen alle circonvallazioni di Wukesong e la stazione di Muxidi, lasciò fino a 10.000 studenti, militanti, intellettuali e civili vittime dell'Esercito popolare cinese, non fu il leader supremo Deng Xiaoping o il premier Li Peng. No, nell'agosto di 33 anni fa, a pochi giorni dal massacro, fu l'ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, con un editoriale sul Washington Post, il primo a giustificare l'eccidio, in nome della stessa Realpolitik gelida che lo anima, quasi centenario, sulle violenze in Ucraina.

Tienanmen non ha più monumenti, quelli eretti a Hong Kong, come la Colonna della Vergogna sul campus dell'Università, abbattuti. Ieri (4 giugno), per volontà del presidente ci…

"Nessun governo al mondo avrebbe mai tollerato che la piazza principale della capitale fosse occupata per otto settimane... la repressione era inevitabile... ": a commentare così la strage che il 4 giugno del 1989, a Pechino, da piazza Tienanmen alle circonvallazioni di Wukesong e la stazione di Muxidi, lasciò fino a 10.000 studenti, militanti, intellettuali e civili vittime dell'Esercito popolare cinese, non fu il leader supremo Deng Xiaoping o il premier Li Peng. No, nell'agosto di 33 anni fa, a pochi giorni dal massacro, fu l'ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, con un editoriale sul Washington Post, il primo a giustificare l'eccidio, in nome della stessa Realpolitik gelida che lo anima, quasi centenario, sulle violenze in Ucraina.

Tienanmen non ha più monumenti, quelli eretti a Hong Kong, come la Colonna della Vergogna sul campus dell'Università, abbattuti. Ieri (4 giugno), per volontà del presidente cinese Xi Jinping, nel clima di paura dell'ex colonia inglese, perfino le campane delle chiese son rimaste silenziose, niente rintocchi per la libertà perduta, ordine del governo locale di Carrie Lam. I pochi, coraggiosi, dissidenti, arrestati e condannati, come i loro fratelli in Russia sotto la draconiana legge "anti diffamazione delle forze armate" sancita dal presidente Putin.

A giugno del 1989, il Muro di Berlino non era caduto, l'Unione Sovietica aveva due anni di vita, Putin pensava di andare in pensione da ufficiale dello spionaggio Kgb. Alla Casa Bianca, il presidente George Bush padre, che nel 1974 era stato ambasciatore de facto in Cina, credeva alla vulgata corrente: dopo l'apertura ai mercati cinesi, voluta nel 1972 da Richard Nixon e Kissinger per dividere l'Urss dall'alleato comunista Mao Zedong in Guerra Fredda, il regime si sarebbe evoluto, con riforme liberali.

Gli studenti cinesi credettero, a loro volta, alla speranza dei diritti umani e, dal 1986, si entusiasmarono agli appelli di Fang Lizhi, astrofisico reduce da Princeton University che predicava libertà, giustizia, fine della corruzione e della dittatura del partito comunista instaurata nel 1949.

Stringe il cuore adesso, con tv, web, grandi firme e leader di partito a ostinarsi pervicaci nel denigrare le democrazie, esaltando il "realismo" delle dittature, rileggere i Dazibao, i poster in calligrafia del movimento, fine della censura, libertà di parola e di stampa, riforma della scuola e salari migliori per gli insegnanti, diritto di assemblea, accesso ai media statali. Strumenti di lotta erano lo sciopero della fame pacifico, i ragazzi daranno perfino da bere e mangiare ai primi soldati, volantinaggi, comizi, il canto dell'Internazionale, la statua di cartapesta alta 10 metri della Dea Libertà con la fiaccola, calpestata dai militari della XXXVIII armata.

Nella nostra memoria rimane la foto del giovane che ferma i carri armati Modello 59 con il corpo, il 5 giugno, e nulla sappiamo di lui, nome o sorte, ma il movimento di Tienanmen scosse l'intera Cina, in tante città, e gli studenti ebbero solidarietà da operai, docenti, padri del partito come Hu Yaobang che Deng costrinse alle dimissioni e la cui morte radicalizzò gli attivisti. Quando il leader dell'Urss, Mikhail Gorbaciov, arriva a Pechino per il summit con Deng, 15 maggio, il regime è terrorizzato, la capitale sempre occupata dalle proteste, e scocca l'ora della strage.

Questo è un anniversario speciale, perché oltre riti, nostalgie, il discorso del Segretario Usa Blinken, il sogno dei ragazzi caduti torna a rivelarsi la sola Realpolitik, come Nixon, al contrario di Kissinger, comprenderà poco prima di morire, nel 1994, confessando all'amico Bill Safire, del New York Times: "Abbiamo creato un mostro, un Frankenstein".

La Cina, dal 1989, si è armata, ha, per la prima volta nella storia, una flotta militare di alto mare, domina in economia e tecnologia, minaccia Taiwan e i Paesi vicini. Kissinger e i suoi adepti, ora anche neofiti di sinistra, insistono a predicare lo status quo, eseguendo verso Pechino l'equivalente del kowtow, inchino di umiliazione dovuto agli antichi Imperatori nella Città Proibita.

Veri realisti, invece, erano i giovani di piazza Tienanmen, consapevoli che democrazia, diritti e libertà assicurano pace e sviluppo, mentre le dittature degenerano, sempre, in guerra.

Instagram @gianniriotta