✕

Il Pride non è un'ideologia

(ansa)
L'intervento
2 minuti di lettura

Caro Direttore, sorprende la scelta di Repubblica di partecipare con un suo striscione al Pride romano. Ancora di più la motivazione da lei addotta: "In questi anni abbiamo cercato di connotarci sempre più come il giornale dei diritti. È una battaglia nella quale crediamo e per la quale impieghiamo i nostri sforzi quotidiani, come persone prima ancora che come giornalisti".

Tale meraviglia è figlia in parte di una convinzione e in parte di una preoccupazione: le battaglie sui diritti civili, individuali e non, da sempre sono appannaggio esclusivo di un'area culturale del Paese che, un po' per buona fede (ricordiamo la sacrosanta legge sulle unioni civili) e un po' per calcolo, si è convinta di possedere la verità…

Caro Direttore, sorprende la scelta di Repubblica di partecipare con un suo striscione al Pride romano. Ancora di più la motivazione da lei addotta: "In questi anni abbiamo cercato di connotarci sempre più come il giornale dei diritti. È una battaglia nella quale crediamo e per la quale impieghiamo i nostri sforzi quotidiani, come persone prima ancora che come giornalisti".

Tale meraviglia è figlia in parte di una convinzione e in parte di una preoccupazione: le battaglie sui diritti civili, individuali e non, da sempre sono appannaggio esclusivo di un'area culturale del Paese che, un po' per buona fede (ricordiamo la sacrosanta legge sulle unioni civili) e un po' per calcolo, si è convinta di possedere la verità assoluta sul tema. Repubblica compresa? No, ma nella misura in cui questa adesione al Pride romano non si trasformi in una occasione per puntare il dito contro quelle altre aree politico-culturali del Paese che, faticosamente e con non poche contraddizioni, negli ultimi anni hanno provato a iniziare un percorso di accettazione e accoglienza della cosiddetta "diversità".

Mi spiego meglio: se agli inizi degli anni Settanta negli Stati Uniti (e in seguito anche in Europa) l'attivismo è servito ad accendere l'attenzione mediatica su battaglie sacrosante per cui molti hanno dato la vita, oggi fare della propria sessualità una ragione politica rischia di non rendere giustizia ai tempi che viviamo.

Credo che il gay "militante" oggi abbia perso gran parte della sua utilità: se l'esibizionismo della sessualità è stata una grande occasione che ha segnato un pezzo fondamentale della storia del movimento omosessuale, non c'è dubbio alcuno sul fatto che oggi i gay hanno un nuovo diritto da conquistare: il diritto di vivere liberi e sereni, sottraendosi al "dovere" di dichiararsi in pubblico e in televisione. L'ho scritto e detto più volte: l'orientamento sessuale non è una patente da esibire, ma una caratteristica privata della personalità.

Trovo alquanto controproducenti le campagne anticlericali promosse da chi, sordo alle straordinarie parole di apertura di papa Francesco, persevera in una polemica poco edificante e poco credibile. La gaiezza non può ambire a imporsi come ideologia: rischierebbe di tradire gran parte della letteratura omosessuale, le sue poesie, le sue liriche, le sue idee.

Nell'ultimo decennio il legittimo orgoglio della diversità ha lasciato il posto al desiderio di omologazione travestito da diritto all'uguaglianza. L'essere umano è un atto unico: nessuno è uguale ad un altro, nessun sentimento di una persona è paragonabile all'emotività che alberga in un altro cuore, non esiste un modello unico di riferimento dell'essere gay perché la persona è sempre più importante rispetto al genere a cui appartiene.

Sarebbe più che auspicabile, quindi, che allo striscione di Repubblica per il Pride romano seguisse sullo stesso quotidiano una discussione pubblica - mi auguro seria e non ideologica - per dibattere delle strumentalizzazioni politiche che vengono apparecchiate da anni sull'argomento.

Chiedo ai lettori: non trovate poco costruttivo assistere a un confronto pubblico in cui chi difende legittimamente e con passione alcuni disegni di legge in materia di diritti civili debba liquidare, con il solito sopracciglio alzato, chi esprime un dissenso, una riserva o una critica? Perché non accompagnarsi per mano verso una stesura condivisa dei prossimi progetti di legge? La destra repubblicana e la sinistra riformista, almeno su questo punto, dovrebbero sedere allo stesso tavolo.