Per la prima volta quest’anno, la redazione de la Repubblica parteciperà al Roma Pride dell’11 Giugno (prima tappa dei Pride del Lazio, per raggiungere poi Albano Laziale il 25 Giugno e Viterbo il 9 Luglio con il Lazio Pride) portando uno striscione per le strade della capitale, e ricordandoci che il Pride non è solo una festa dell’orgoglio e una manifestazione per i diritti che si ripete convenzionalmente ogni anno, ma un spazio sempre aperto dove i corpi di ogni persona che sceglie di esserci, come individuo e come collettività, possano autodeterminarsi riappropriandosi degli spazi pubblici, assumere ed esprimere un’identità, una posizione. New York, giugno 1969. E’ notte e come ogni notte lo Stonewall Inn è pieno di persone che qui trovano rifugio, un posto un po’ più sicuro degli altri. Sono anni agitati di risvegli, lotte e rivendicazioni. Allo Stonewall Inn ogni notte si ritrovano uomini gay e donne le…
Per la prima volta quest’anno, la redazione de la Repubblica parteciperà al Roma Pride dell’11 Giugno (prima tappa dei Pride del Lazio, per raggiungere poi Albano Laziale il 25 Giugno e Viterbo il 9 Luglio con il Lazio Pride) portando uno striscione per le strade della capitale, e ricordandoci che il Pride non è solo una festa dell’orgoglio e una manifestazione per i diritti che si ripete convenzionalmente ogni anno, ma un spazio sempre aperto dove i corpi di ogni persona che sceglie di esserci, come individuo e come collettività, possano autodeterminarsi riappropriandosi degli spazi pubblici, assumere ed esprimere un’identità, una posizione. New York, giugno 1969. E’ notte e come ogni notte lo Stonewall Inn è pieno di persone che qui trovano rifugio, un posto un po’ più sicuro degli altri. Sono anni agitati di risvegli, lotte e rivendicazioni. Allo Stonewall Inn ogni notte si ritrovano uomini gay e donne lesbiche, bisessuali, persone trans, sex workers, persone nere e queer, relegate ai margini della società ma che iniziano a identificarsi come comunità. Ogni tanto arriva la polizia e sgombera il locale, porta via qualche persona, fa abbassare le serrande. E’ un monito: “siamo noi a decidere quando, dove e come potete ritrovarvi”. Il rituale si ripete ciclicamente: le persone lo sanno, sono abituate, vengono scacciate e si dileguano come topi finché qualche ora dopo oppure il giorno successivo il locale torna a popolarsi. Il tacito accordo, basato sulla paura e sull’abuso di potere, si rinnova fino alla prossima retata. Finché la notte del 27 giugno quel rituale si spezza irrimediabilmente. Il potere dell’autorità pecca sempre di presunzione ed è pieno di sé, cosicché i movimenti sottotraccia sfuggono alla sua mano grossolana ed egoriferita. I tempi infatti sono ormai maturi perché il sentimento di paura possa trasformarsi in autodeterminazione e per la prima volta questa notte, sotto la luce della luna e delle paillettes, i corpi che abitano lo Stonewall Inn rispondono alla repressione delle forze dell’ordine. Leggenda vuole che Sylvia Rivera, una donna nera trans nata nel Bronx e cresciuta nella comunità drag newyorkese lavorando come sex worker, lanci un tacco o una bottiglia contro gli agenti, insieme alle sue amiche Marsha P. Johnson e Stormé DeLarverie, dando vita così ad una vera e propria mobilitazione di resistenza che andrà avanti per giorni. Molte delle persone che da questa notte scelgono di non nascondersi più, partecipavano già alle recenti mobilitazioni del sessantotto e del “Black Power”.
Proprio da lì nasce lo slogan “Gay Power” che animerà i Moti di Stonewall. Molto è cambiato da quella notte e grazie a quella notte, ma la lezione è ancora viva e vibra nei Pride di tutto il mondo: la battaglia è una e intersezionale come le nostre identità e riguarda tutte e tutti. Per gran parte della storia quella che oggi chiamiamo comunità LGBT+ non ha avuto spazio per esistere nella società al di là dei canoni prestabiliti, ma dal margine e dalle fogne a cui era relegata ha iniziato a sperimentare nuovi modelli di esistenza, relazione, sessualità, famiglia e poi con forza ne ha rivendicato la dignità. Già esistevano piccoli movimenti omosessuali che chiedevano riconoscimento, ma il cambio di passo con Stonewall è: noi non siamo uguali a voi e non vogliamo diventarlo, siamo diversi ed esistiamo, che vi piaccia o no. Un cambio di senso, di postura e di linguaggio.
Da lì in poi questo approccio di messa in discussione ha sempre caratterizzato il movimento LGBT+ permettendogli di non chiudersi mai alle infinite possibilità di evoluzione e ripensamento fuori dai canoni, attraversamenti obliqui e fantasiosi fra le intercapedini della vita, con la consapevolezza che il fallimento è una nuova opportunità, che ogni individuo è una voce che si aggiunge a un coro e che il linguaggio è uno strumento da decostruire e ricostruire per rendere possibili nuovi immaginari. Il fatto che questo giornale su cui oggi mi leggete scelga di partecipare al Pride di Roma non fa solamente sentire riconosciuti i suoi collaboratori e le sue collaboratrici Lgbt+, ma determina un impegno nei confronti del senso di responsabilità che deriva dal ruolo di protagonisti e protagoniste dell’informazione. Perché la parola è potere e ciò che non si può dire non esiste, ma ciò che si dice ha un peso. Così come il corpo è insindacabilmente manifesto, innegabile presenza. Allora il Pride è la festa dei corpi che parlano e che non possono essere nascosti, perché occupano lo spazio fisico del pezzo di mondo che attraversano, cercando insieme nuovi occhi in cui specchiarsi, nuove parole dentro cui riconoscersi, nuove strade per esprimersi. Lo stesso spirito animerà Repubblica delle Idee a Bologna dal 16 al 18 giugno, uno spazio dove portare avanti le domande sul chi siamo e chi desideriamo essere, non dimenticando mai che per trovare nuove risposte è necessario includere le infinite possibilità dell’essere e del divenire