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Non ho paura della bomba

Un post sul canale Telegram del sindaco di Nikolaev: i magazzini con farina di grano hanno preso fuoco e i  soccorritori stanno ancora combattendo il fuoco (ansa)

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A chi conviene, tra le grandi potenze, usare l'atomica?
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“Mi vengono in mente pensieri che non condivido” (Altan). Insomma, confesso un pensiero indecente: io non ho paura della bomba e - oso ancora - ho addirittura una residua fiducia nella strategia della deterrenza: quello stato di bilanciamento tra le opposte paure che un tempo veniva definito equilibrio del terrore.

Mi spiego. Una volta avvenuta la Prima Apocalisse (le atomiche su Hiroshima e Nagasaki), e rivelatosi impossibile tornare indietro - per volontà innanzitutto degli Usa che le avevano fatte esplodere -, la precaria stabilità della coesistenza planetaria si regge sulla reciproca intimidazione tra i paesi titolari di arsenali atomici.

Ritengo, in altre parole, che nessuna delle potenze nucleari vorrà mettere a repentaglio, insieme a quella alt…

“Mi vengono in mente pensieri che non condivido” (Altan). Insomma, confesso un pensiero indecente: io non ho paura della bomba e - oso ancora - ho addirittura una residua fiducia nella strategia della deterrenza: quello stato di bilanciamento tra le opposte paure che un tempo veniva definito equilibrio del terrore.

Mi spiego. Una volta avvenuta la Prima Apocalisse (le atomiche su Hiroshima e Nagasaki), e rivelatosi impossibile tornare indietro - per volontà innanzitutto degli Usa che le avevano fatte esplodere -, la precaria stabilità della coesistenza planetaria si regge sulla reciproca intimidazione tra i paesi titolari di arsenali atomici.

Ritengo, in altre parole, che nessuna delle potenze nucleari vorrà mettere a repentaglio, insieme a quella altrui, la propria sopravvivenza. Dico ciò perché penso che tutte, senza eccezione, quelle stesse potenze ragionino politicamente, in base a considerazioni magari scellerate, ma di natura interamente politica.

Questo non esclude il rischio di un “incidente” e, tuttavia, credo che tale eventualità, sulla scorta della migliore letteratura scientifica, abbia probabilità assai esigue di verificarsi. O ne ha quante altre catastrofi, pur se suscettibili di determinare un numero minore di vittime. In altre parole, si deve riconoscere che viviamo nelle “società del rischio” (Ulrich Beck) e che si tratta di valutare i costi e i benefici delle scelte che facciamo, avendo l’accortezza di disporle lungo l’asse dello spazio e lungo l’asse del tempo.

Scelte dunque che vadano oltre il perimetro del qui e ora: al di là degli interessi vicini e del tempo prossimo. Se proviamo a considerare così le opzioni da assumere, ci accorgeremo innanzitutto che l’uso della minaccia atomica ha il precipuo obiettivo di seminare il panico. Come scriveva Gregory Corso, tredici anni dopo Hiroshima, l’uomo contemporaneo «preferirebbe morire di qualsiasi cosa» piuttosto che per l’atomica. Ma - questo è il punto - la vera finalità del minacciato ricorso alla Bomba consiste nell’imporre l’ingiustizia.

Si consideri come - nella crisi ucraina - la Russia alterni allusioni alla disponibilità di ordigni nucleari a provvedimenti come il «blocco del grano», destinato a determinare catastrofi umanitarie nelle regioni più povere del mondo. Come ha scritto Marino Sinibaldi sull’Essenziale del 28 maggio scorso, quando nei passati decenni «si è combattuto un po’ ovunque nel mondo l’imperialismo Usa, mai ho sentito evocare la sua forza atomica come una motivazione dell’inevitabilità della resa». E, invece, perché oggi la paura della Bomba sembra demotivare quella «solidarietà istintiva» che pur «tra molti equivoci» ha sempre sollecitato l’opinione pubblica democratica?

Tento una risposta. Perché quella «solidarietà istintiva», in tanta parte della coscienza democratica, è stata sopraffatta da due sentimenti che finiscono per combinarsi: l’ostilità verso gli Stati Uniti e la Nato e l’attrazione verso la Russia, la sua storia plurisecolare e la sua stratificata simbologia. Per molti versi, quest’ultima pulsione pesa più della repulsione verso il mondo occidentale, con tutti i suoi massacri e le sue sperequazioni.

Responsabilità inconfutabili, ma non certo maggiori di quelle attribuibili alla Russia nel suo percorso storico. Tuttavia, in una parte di quella stessa coscienza democratica, permane verso la Russia un atteggiamento di indulgenza, ispirato da quella sensazione di Potenza e Tradizione, di Baluardo (non importa sapere di che cosa) e di Trincea (a difesa di chissà mai quali valori), che continua a trasmettere. D’altra parte, in nome della Idea Socialista, una componente della cultura democratica e di sinistra (non solo comunista), nel corso dei decenni approvò prima l’invasione dell’Ungheria, poi quella della Cecoslovacchia e ancora la legge marziale imposta dal generale Jaruzelski in Polonia.

Lo fece sia in nome della “paura della Bomba”, sia per una irriducibile dipendenza psicologica da quel mito della Russia (la «seduzione sovietica» di cui ha scritto Massimo Recalcati su questo giornale il 31 maggio scorso), che - dopo anni di appannamento - sembra oggi ritrovare una nuova vitalità. Ma se quella pallida idea Socialista poteva attrarre ancora simpatie in un mondo diviso in blocchi, per quale perversa motivazione il regime fascistico di Vladimir Putin oggi può ottenere consensi a sinistra?

In tale contesto, mi sembra che agitare la minaccia nucleare corrisponda in primo luogo a enfatizzare la potenza russa e a rafforzare una sorta di sua intangibilità. Il che significa dargliela vinta e incentivarne l’aggressività imperialista. All’opposto, ciò che va fatto è dimostrare a Putin che, sotto il profilo politico, la sua strategia è perdente, perché destinata a scontrarsi con una politica inevitabilmente più forte come quella rappresentata dall’alleanza tra l’Europa e gli Stati Uniti. Se così sarà, la paura per la guerra atomica, quanto mai comprensibile e rispettabile, diventerà uno dei rischi che l’umanità deve affrontare per la propria sopravvivenza. Un rischio che non può essere eluso ma saggiamente calcolato. Se questo accadrà, potrebbe aprirsi uno spazio ancora maggiore per le iniziative a favore della pace.

Tra i limiti attuali del pacifismo, accanto alle sue tante virtù, c’è quello di affidarsi eccessivamente all’emotività: di essere, cioè, un “movimento di reazione” e di mobilitazione della paura. Quest’ultima è sacrosanta ma rischia di far perdere lucidità e, soprattutto, di indurre alla cedevolezza e all’acquiescenza. se non alla resa. Ciò che serve è, piuttosto, un movimento del coraggio, capace di affrontare razionalmente i rischi e di individuare la linea di conflitto che corre tra politica della guerra e politica della pace.