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Lavoro e salario, perché dobbiamo investire sul capitale umano

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L'eventuale introduzione della retribuzione minima non deve nascondere quel che succede in Italia, dove è stato toccato il record di lavoratori precari, in genere malpagati. È lì la malattia più grave, quella che continua a fare male a tutti e a trascinare in basso anche gli stipendi. C'è una stretta correlazione tra pessime paghe e instabilità dell'impiego
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L'impennata dell'inflazione ha fatto esplodere in Italia la questione salariale. Sia chiaro: c'era pure prima ma era più comodo far finta di non vederla; nasconderla, come la polvere, sotto il tappeto. Perché sono decenni che gli italiani a reddito fisso convivono con la stagnazione salariale guadagnando molto poco in rapporto al costo della vita e in confronto agli altri cittadini europei di Paesi con economie simili, per esempio i francesi o i tedeschi.

C'è una tabella dell'Ocse che certifica con chiarezza (ed obiettività) ciò che è accaduto: l'Italia è l'unico Paese tra quelli più industrializzati dove, dal 1990 ad oggi, le retribuzioni medie lorde sono diminuite (-2,9 per cento) mentre in tutti gli altri sono aumentate (+31,1 per cento in Francia, +33,7 per cento in Germania, +13,7 per cento in Portogallo, +6,2 per cento in Spagna).

Nello stesso periodo (fonte Banca d'Italia) è diminui…

L'impennata dell'inflazione ha fatto esplodere in Italia la questione salariale. Sia chiaro: c'era pure prima ma era più comodo far finta di non vederla; nasconderla, come la polvere, sotto il tappeto. Perché sono decenni che gli italiani a reddito fisso convivono con la stagnazione salariale guadagnando molto poco in rapporto al costo della vita e in confronto agli altri cittadini europei di Paesi con economie simili, per esempio i francesi o i tedeschi.

C'è una tabella dell'Ocse che certifica con chiarezza (ed obiettività) ciò che è accaduto: l'Italia è l'unico Paese tra quelli più industrializzati dove, dal 1990 ad oggi, le retribuzioni medie lorde sono diminuite (-2,9 per cento) mentre in tutti gli altri sono aumentate (+31,1 per cento in Francia, +33,7 per cento in Germania, +13,7 per cento in Portogallo, +6,2 per cento in Spagna).

Nello stesso periodo (fonte Banca d'Italia) è diminuito anche il reddito di tutte le famiglie ma in particolare di quelle meno abbienti. Così ci siamo abituati a tirare la cinghia anche quando non ce lo chiedeva l'Europa.

Lavoriamo tanto, spesso male e siamo retribuiti malissimo. Vale per tutti ma soprattutto per i più giovani sui quali si è scaricato tutto il peso di una spinta liberalizzazione del mercato del lavoro, il cui bilancio più di vent'anni dopo non è affatto positivo. Ha assecondato un modello di sviluppo basato sul contenimento del costo del lavoro, su un terziario scadente, su una produttività assente, su bassi livelli di investimenti, sulla formazione per i formatori anziché per i lavoratori, sulla rinuncia (salvo la parentesi di Industria 4.0) di aggiornate politiche industriali.

Con le medie aziende innovative, competitive, globalizzate che hanno potuto largamente ignorare l'asfittica domanda interna e hanno puntato sull'export, penetrando nei mercati più dinamici, integrandosi nelle strategiche catene globali del valore. Le stesse imprese (da Brembo a Marcegaglia), non a caso, che unilateralmente, cioè senza alcuna contrattazione con i sindacati, hanno deciso - ora che è riapparsa l'inflazione - di sostenere i redditi dei propri dipendenti con un sorta di mensilità aggiuntiva. Ma nel complesso ci lecchiamo le ferite, mentre la cosiddetta "globalizzazione selettiva", guidata da valori politici e culturali più che economici, potrebbe non essere del tutto indolore per le nostre multinazionali tascabili.

La questione è dunque antica. Come sa di antico la contrapposizione sull'introduzione anche da noi del salario minimo dopo l'intesa sulla direttiva europea. Chi non lo vuole (la Confindustria e la Cisl, tra gli altri) difende se stesso, il proprio ruolo, il proprio potere di interdizione. Ma il mondo - si è visto - è cambiato, anche se non sempre in meglio.

Non c'è più il monopolio della rappresentanza sociale. I corpi intermedi, come li chiamava Costantino Mortati nella prima metà del secolo scorso, hanno perso (l'antico) radicamento. Ai partiti, peraltro, è andata molto peggio. Un tempo c'erano le fabbriche-comunità, oggi ci sono i giovani rider in bicicletta. I sindacati non rappresentano o stentano a rappresentare i giovani con un'occupazione precaria il cui datore di lavoro è spesso un algoritmo.

È tempo che i sindacati e le associazioni di impresa si aggiornino (e non sarà facile) ma nel frattempo non impediscano che anche i lavoratori italiani (quelli più deboli e meno tutelati) abbiano riconosciuta una retribuzione minima stabilita dalla legge e non dai "contratti pirata". La Germania con il suo modello di concertazione forte, industria ramificata e sindacalizzazione estesa ha il salario minimo legale, lo ha recentemente aggiornato a 12 euro l'ora, e nessuno si è stracciato le vesti.

C'è spazio per la legge e c'è spazio per i contratti. Possono convivere senza necessariamente replicare (l'antico) modello della legislazione che interviene solo per codificare scelte realizzate dalle parti sociali, la cui autonomia nessuno deve mettere in discussione tanto più in una stagione di democrazia debole come quella che stiamo vivendo.

E nell'esercizio della propria autonomia, sindacati e Confindustria potrebbero benissimo decidere di ridurre ad un anno, come è stato proposto dall'economista e manager Innocenzo Cipolletta, la durata della parte economica dei contratti nazionali. Una soluzione tecnica che consentirebbe di difendere con più efficacia il potere d'acquisto anziché affidarlo all'ennesimo bonus una tantum di governo a cui non ha resistito nemmeno Draghi.

L'eventuale introduzione del salario minimo, tuttavia, non deve nascondere quel che succede nel nostro mercato del lavoro dove è stato toccato il triste record di tre milioni di lavoratori precari, in genere malpagati. È lì la malattia più grave, quella che continua a fare male a tutti e a trascinare in basso anche i salari. C'è una stretta correlazione tra pessime retribuzioni e instabilità del rapporto di lavoro. Chi investe nel capitale umano remunera adeguatamente i propri dipendenti, chi non lo fa applica la regola inversa.

Dunque, non è necessario essere raffinati economisti per comprendere che finché le imprese meno competitive e più pigre (quelle che sopravvivono solo tagliando i costi e mai pensando alla crescita) potranno attingere a una massa così consistente di lavoratori disposti (probabilmente) a ricevere retribuzioni basse pur di avere un reddito non si uscirà dal tunnel della nostra nuova questione salariale.