C'erano soltanto tre giovani italiani, quell'anno (primi anni Sessanta) allo Harvard International Seminar voluto e diretto da Henry Kissinger. I tre italiani non si erano mai incontrati ma si conoscevano, perché tutti e tre pubblicavano e tutti e tre si leggevano. Il nome di Arbasino era il più noto perché un nuovo quotidiano di allora (Il Giorno) lo pubblicava con frequenza, e ti ricordavi dei suoi scritti perché c'era sempre un guizzo di divertimento nei suoi scritti. La Capria, di cui non conoscevo ancora il celebre nomignolo di Dudù, aveva un tono saggistico e inaspettatamente autorevole, scriveva poco e scriveva bene. Io ero molto attivo con articoli dall'America (dove allora vivevo) che Il Mondo pubblicava, ogni settimana accanto o in alternativa ad Arbasino. Perché ognuno di noi, da angoli e progetti diversi della vita, si era iscritto allo "Harvard international Seminar" diretto da Henry Kissinger?
Doct…
C'erano soltanto tre giovani italiani, quell'anno (primi anni Sessanta) allo Harvard International Seminar voluto e diretto da Henry Kissinger. I tre italiani non si erano mai incontrati ma si conoscevano, perché tutti e tre pubblicavano e tutti e tre si leggevano. Il nome di Arbasino era il più noto perché un nuovo quotidiano di allora (Il Giorno) lo pubblicava con frequenza, e ti ricordavi dei suoi scritti perché c'era sempre un guizzo di divertimento nei suoi scritti. La Capria, di cui non conoscevo ancora il celebre nomignolo di Dudù, aveva un tono saggistico e inaspettatamente autorevole, scriveva poco e scriveva bene. Io ero molto attivo con articoli dall'America (dove allora vivevo) che Il Mondo pubblicava, ogni settimana accanto o in alternativa ad Arbasino. Perché ognuno di noi, da angoli e progetti diversi della vita, si era iscritto allo "Harvard international Seminar" diretto da Henry Kissinger?
Doctor Kissinger era già il più noto il più citato politologo del mondo universitario americano e da Harvard, prima di entrare in politica, sembrava essere titolare di un compito che non ha mai abbandonato: dire, per tempo e in anticipo, dove va l'America. Compito che presto, unito al potere, si trasformerà nell'impegno a stabilire dove deve andare l'America. Quando Arbasino, La Capria e io ci siamo incontrati e abbiamo stabilito che venivamo dalla stessa Italia (tutti e tre, poco tempo dopo, avremmo fondato, con Eco, Sanguineti e tanti altri scrittori e giornalisti coetanei, il Gruppo 63) il compito di diventare allievi del Dottor Kissinger è diventato più facile, anzi una vera e propria avventura, perché il Dottor Kissinger ci è apparso subito un grande europeo, e questa stabiliva per noi tre con lui, una connessione che gli altri allievi (molti dai nuovi mondi del dopoguerra, molti asiatici) non potevano avere. Ma ci interessava molto anche la questione del titolo (doctor) che solo Kissinger aveva nei cataloghi, nella carta intestata e nella identificazione del corso. "Doctor Kissinger", un privilegio che dura anche adesso, in un mondo accademico in cui sono tutti "dottori"? Infatti il dottorato (Phd) è il requisito chiave per essere inclusi nella lista degli studiosi da scegliere per una cattedra. Ma subito dopo la nomina, la titolarità di una cattedra (con il titolo di professore) copre altri titoli o benemerenze.
Nella stessa Harvard, Arthur Schlesinger, l'amico e rivale di sinistra di Henry Kissinger, (Schlesinger diventerà consigliere di Kennedy, Kissinger di Nixon) ha trascorso una vita altrettanto illustre di celebre professore e di grande politico senza titoli aggiunti. Per Kissinger la determinazione a mantenere e usare il titolo di Doctor ha creato e identificato il personaggio europeo diventato protagonista e guida della politica americana, restando fedele al suo modo di pronunciare l'inglese e alla prassi tedesca di usare il titolo di dottore in ogni circostanza sociale e in ogni funzione pubblica. La differenza di valore accademico, politico, culturale e caratteriale che Henry Kissinger ha portato alla sua cattedra (e si è visto ancora pochi giorni fa a Davos ) è stata grandissima. Ma senza dubbio "Doctor Kissinger", con quel titolo legittimo ma unico, ha definito subito e per sempre il suo personaggio. O meglio: un grande nella cultura delle scienze politiche si è garantito subito anche una vasta attenzione e identificazione popolare. Kissinger è orgoglioso ma non vanesio. Quando per esempio è accaduto che, nel mezzo di una conversazione lui mi chiamasse "Furio" (con buona pronuncia italianizzata, a differenza di quasi tutti i nuovi amici americani) subito dopo, quando è toccato a me dire "Doctor Kissinger", lui mi ha fermato ingiungendomi No, please, call me Henry. E da allora, per decenni - anche quando dissentiva con forza da tutto ciò che scrivevo sulla guerra nel Vietnam - siamo rimasti a quel rito amichevole (molto importante nella vita sociale americana) del primo nome. È in quelle conversazioni, a cominciare dal "Seminario Internazionale," frequentato con Arbasino e La Capria, che ha imparato a decifrare il senso di ciò che il Dottor Kissinger di questi giorni ha mandato a dire a Zelensky e a Putin e che molti hanno interpretato come un impossibile gesto filo-russo.
L'insegnamento di Kissinger è che lo stato delle cose conta più dei progetti, quelli aggressivi e quelli eroici. Non è una sgridata agli ucraini che resistono e un gesto di tolleranza per i russi che si ostinano. È la stessa posizione che ha indotto la potentissima America a interrompere la guerra in Vietnam. Non importa se una visione politica (russa) sia giusta o distorta, se una resistenza (ucraina) sia eroicamente condotta. L'importante è interrompere, perché i due contendenti sono destinati a restare uno accanto all'altro e in mezzo all'Europa. È la politica della realtà che ha sempre guidato Kissinger. Non si tratta di approvarla, né di pensare che Kissinger sia venuto a benedire una delle parti. Dell'Ucraina lo irrita il sentimento, che non coincide con la strategia. Della Russia non condivide l'incancellabile strappo con l'Europa a cui dovrà tentare in tutti i modi di porre rimedio.
Doctor Kissinger non è cambiato. È abile (a quasi 100 anni) ma non arruolabile.